ACAD

-Associazione Contro gli Abusi in Divisa – ONLUS –

Archivia 8 Novembre 2017

Caso Budroni: nuove perizie prima della sentenza d’appello

Omicidio Budroni, il giudice d’appello vuole capire il momento esatto dello sparo e la traiettoria del proiettile. Anselmo: «Aperta la porta verso la verità»
di Checchino Antonini
da popoffquotidiano.it

“Caso Budroni, oggi nessuna sentenza”, annuncia Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa, dalla sua pagina facebook. Il giudice ha deciso di rivedere il primo grado di giudizio attraverso altre perizie sulla dinamica degli eventi accaduti quella notte. La conferma da Fabio Anselmo, legale di parte civile in questo e altri processi di “malapolizia”: «Oggi la Corte d’Appello di Roma ha disposto perizia collegiale sulla ricostruzione della dinamica degli eventi che hanno portato all’uccisione di Dino Budroni. Accogliendo la tesi della famiglia è stata fatta carta straccia della perizia dei Ris di Roma che portò all’assoluzione dell’imputato sparatore in primo grado. Aperta la porta verso la verità». Il 16 Novembre alle ore 14.30 si riprende con il conferimento dell’incarico peritale.. Il giudice si è presentato in aula annunciando che si sarebbe avvalso della facoltà di rivedere il caso predisponendo nuovi esami tra cui una perizia fonica per individuare il momento dello sparo, una perizia balistica nuova per capire la traiettoria del proiettive, una revisione dell’autopsia.
Sarà dunque una maxiperizia ad accertare la dinamica dei fatti e far luce sulla morte di Bernardino Budroni, il giovane romano ucciso nel corso di un inseguimento con le forze dell’ordine nel luglio 2011 sul Gra di Roma. L’ha deciso la prima Corte d’appello di Roma, davanti alla quale è sotto processo Michele Paone, l’agente che all’alba del 30 luglio 2011 sparò e uccise Budroni, che fuggiva dalla polizia chiamata dalla ex fidanzata che l’accusava di stalking. In primo grado Paone fu assolto, con la formula ‘perché il fatto non costituisce reato’, avendo ritenuto il giudice monocratico che quell’azione era stata «adeguata e proporzionata» all’«entità della situazione». Oggi, in appello è stata accolta la richiesta del Pg di riapertura del dibattimento. I giudici hanno ritenuto necessario rivalutare la vicenda, disponendo in primo luogo «un’analisi fonica delle registrazioni delle conversazioni intercorse fra gli operanti al momento del fatto, ed in particolar modo fra quelli appartenenti al personale dei Carabinieri e la centrale operativa, al fine di acquisire non solo il preciso tenore delle conversazioni ma anche per individuare i rumori di fondo che si percepiscono collocandoli ove possibile nel loro esatto momento di produzione» e chiamando il medico legale che effettuò l’autopsia per approfondire alcuni aspetti dell’accertamento». La Corte, quindi ha ritenuto necessario disporre una perizia tecnica per «ricostruire la dinamica complessiva dell’inseguimento in cui rimase coinvolto Budroni», individuando «tempi e modalità dell’esplosione dei colpi di arma da fuoco da parte dell’imputato rispetto alla dinamica complessiva della fase finale della vicenda» e «le traiettorie seguite dal/i proiettile/i che attinsero il Budroni rilevandone il tramite e le rispettive traiettorie percorse e la posizione dell’imputato, della vittima e dei rispettivi veicoli al momento dell’esplosione del/i colpo/i esplosi».
L’omicidio di Dino Budroni è tornato davanti ai giudici della Corte d’Appello dopo l’assoluzione del poliziotto dall’accusa di eccesso colposo di uso legittimo delle armi. L’accusa deriva dal fatto che il 30 luglio del 2011 durante un inseguimento sparò, uccidendolo, a Bernardino Budroni durante un inseguimento avvenuto sul Grande raccordo anulare. Il pubblico ministero Giorgio Orano sostiene che l’accusa di eccesso colposo di uso legittimo delle armi era pienamente fondata, chi ha ritenuto infondata l’accusa ha finito “per attribuire una patente di assoluta liceità a una condotta, quella di Paone, che appare frutto di un evidente errore valutativo, ancor prima che esecutivo, attribuibile a grave imperizia e imprudenza”.
Le motivazioni dell’assoluzione in primo grado, undici pagine, erano sembrate una memoria dei difensori dell’agente, un ragazzo di trent’anni che nemmeno doveva trovarsi lì, quella notte, al posto accanto al guidatore. L’autista della Volante 10 doveva essere lui e non avrebbe sparato. Lui dice che avrebbe sparato perché la macchina di Budroni, che inseguiva da una ventina di chilometri, gli sarebbe potuta sgusciare ancora con una manovra repentina. A un suo collega è parso di sentire lo sparo nella fase del rallentamento, «ad una velocità diminuita ma ancora ragguardevole, forse di circa cento all’ora». Ma un carabiniere ha dichiarato che appena sentito i colpi «ci siamo fermati… girandomi ho visto il Budroni che era seduto». Il nodo è questo, uno dei nodi, almeno. Budroni era in corsa oppure era incastrato? «Budroni si è buttato sulla destra con l’intenzione, probabilmente, di prendere quell’uscita; io così ho avuto il modo di stringerlo contro il guardrail costringendolo a rallentare fino a fermarsi». Fino a fermarsi.
Queste parole del conducente della gazzella dei carabinieri e le carte del pm spiegano la posizione di tre vetture (una dei carabinieri di traverso, una della polizia a sinistra – la volante 10 – e l’altra dietro la Focus di Dino Budroni ormai incastrata e di traverso, a pochi millimetri dal guardrail di destra e a pochi centimetri da quella davanti, dei CC). Ma il giudice che ha assolto l’agente ha scritto che: «In ragione del tenore della ricostruzione dell’episodio fornita dai predetti CC risulta inoltre incontrovertibile che il Budroni, dopo essere stato colpito, è riuscito ad arrestare la sua Focus, inserendo addirittura e verosimilmente la prima marcia e il freno a mano, e ad alzare le mani, in seguito all’intimazione rivoltagli dal CC Giudici, prima di accasciarsi sul sedile di destra». Chi ha assolto il poliziotto ritiene che l’imputato abbia davvero inteso colpire la ruota posteriore sinistra della Focus e che si sia deciso a sparare solo alla fine di un lungo inseguimento «una volta resosi conto del folle comportamento del predetto». Ma come? Il carabiniere sembra preciso quando dice che «ci siamo fermati, direi quasi contemporaneamente all’arresto dei veicoli ho sentito due colpi di pistola… mi ponevo proprio davanti la vettura di Budroni. Vedevo il Budroni immobile e mi parve alzare le mani in segno di resa, subito dopo però lo stesso si è accasciato». Era fermo, pare. Erano ormai fermi.
La pubblica accusa aveva sostenuto che l’agente ha sparato male, ha sparato due volte, ha sparato quando non era necessario, senza che glielo ordinasse nessuno e aveva chiesto due anni e sei mesi. Pochi per Anselmo, legale dei familiari della vittima, che aveva provato a dire che non fu eccesso doloso perché non è vero che l’agente sparò in rapida successione: le macchine erano ferme e l’angolazione degli spari dimostrerebbe che non si può liquidare la morte di un uomo come eccesso in un’azione legittima. Ma il difensore del poliziotto ha sostenuto che l’auto di Budroni correva ancora quando il suo cliente ha sparato. Due film completamente diversi e al giudice è talmente piaciuto il secondo che nelle motivazioni della sentenza non sembrano esserci tracce dell’impianto e delle ragioni della pubblica accusa. E, invece, si dilunga, nella brevità complessiva, nella descrizione di quanto accaduto venti chilometri più a sud del luogo del delitto, quando Dino era così fuori di sé da minacciare gravemente la sua ex convivente e danneggiare il suo portone.
Quella descrizione è servita per sostenere che sparare era una mossa «adeguata e proporzionata» al contesto, per interrompere «quel comportamento di grave e prolungata resistenza». Ma in tanti dicono che era ormai già fermo, che la missione era compiuta si sarebbe potuto dire con successo, senza nemmeno brandire le armi.
In casi come questi la formula magica è «uso legittimo delle armi» perché il comportamento di Budroni è «indubbiamente da qualificare come una reiterata resistenza caratterizzata da entrambi gli elementi della violenza e della minaccia perpetrata nei confronti degli agenti». Le motivazioni dicono che la posizione del corpo al momento in cui fu colpito, era quella di chi sta per sterzare a destra per fuggire. Ma era già incastrato e pressoché fermo e pare impossibile che in quella posizione potesse essere una minaccia per il traffico blando di quelle ore dell’ultima parte della notte: la macchina, sul lato del paracarri non ha un graffio, dall’altra ha i segni del contatto con le volanti. La radio di bordo ha registrato le voci degli agenti: «Vagli addosso!». Le motivazioni dicono il contrario, che «il Budroni tentava di collidere con improvvise sterzate finché non impattava con la Beta Como», l’altra auto della polizia.
Oggi una nuova svolta del processo.

Omicidio Magherini: Confermate le condanne ai tre Carabinieri

Al processo d’appello confermate le condanne per omicidio colposo di tre carabinieri, che dovranno anche risarcire il figlio e i parenti stretti del giovane quarantenne. L’avvocato di parte civile Fabio Anselmo: “La sentenza ha escluso il contributo concausale di Riccardo: è morto per asfissia, non per colpa propria”. Inviati gli atti al pm per valutare l’ipotesi di reato di abuso di mezzi di contenzione.
Per la morte di Riccardo Magherini anche i giudici d’appello, confermando la condanna di tre carabinieri per omicidio colposo, hanno ribadito che l’intervento delle forze dell’ordine fu quanto di peggio il giovane quarantenne potesse aspettarsi.
Di più: la corte ha stabilito a carico dei tre militari dell’Arma il pagamento di provvisionali risarcitorie che non c’erano in primo grado. Sono 50mila euro ciascuno ai genitori di Magherini e al fratello, mentre altri 100mila vanno al figlio minorenne.
Inoltre il collegio ha deciso la trasmissione di una copia degli atti al pm, perché valuti nuove indagini relativamente al reato di abuso dei mezzi di contenzione: è la fase finale, quella che precede la morte, quando Magherini, in progressiva asfissia, viene bloccato a terra dai carabinieri che lo schiacciano al suolo con il peso del loro corpo.
Anche con calci”, hanno rimarcato il padre Guido e il fratello Andrea, peraltro soddisfatti della sentenza d’appello. “La corte ha accolto tutte le nostre richieste – ha spiegato l’avvocato Fabio Anselmo, parte civile per la famiglia Magherini – anche se le provvisionali non ci restituiranno Riccardo, hanno un valore simbolico importante. Inoltre la sentenza ha escluso il contributo concausale di Riccardo nella sua morte: è morto per asfissia, non per colpa propria”.
Le condanne sono di otto mesi a Vincenzo Corni, e sette mesi ciascuno a Stefano Castellano e Agostino della Porta.
Riccardo Chiari
da il manifesto

Il commento a Radio Onda d’Urto del legale della famiglia, l’avvocato Fabio Anselmo.Ascolta o scarica

Da www.osservatoriorepressione.info

Magherini, confermate in appello le condanne ai carabinieri

Firenze, si chiude il processo d’appello per l’omicidio colposo di Riccardo Magherini da parte dei carabinieri
di Checchino Antonini
da popoffquotidiano.it

8 mesi a Vincenzo Corni, 7 a Stefano Castellano e Agostino della Porta. Assolte le due volontarie della Croce Rossa, Claudia Matta e Jannetta Mitrea. «Per la morte di Riccardo Magherini – commenta a caldo Fabio Anselmo, legale della famiglia Magherini e di Acad, una delle parti civili – oggi la Corte d’appello di Firenze ha restituito dignità alle parti civili, confermando le condanne di primo grado ma riformando integralmente tutte le statuizioni civili, riconoscendo provvisionali importanti a tutti i familiari e riconoscendo anche implicitamente che non vi è nessun contributo causale del povero Riccardo sulla sua morte. Non solo, ma la Corte, accogliendo ancora un nostro specifico motivo di appello, ha ordinato la restituzione degli atti alla Procura affinché proceda contro i carabinieri imputati per il reato di abuso dei mezzi di contenzione: Riccardo Magherini, quando era già ammanettato, è stato sottoposto ad atti di violenza del tutto gratuiti ed illeciti. È stato stato preso a calci. Ora parto per Roma, perché domani ho il processo Cucchi ma oggi è stata una buona giornata. Un pensiero a Clementina, Guido e Andrea». Non è stato un giorno facile per chi voleva bene a Riccardo. Al termine dell’arringa di uno dei difensori, Guido Magherini, padre di Riccardo, s’è alzato in piedi per un applauso amaro dopo i toni sprezzanti adoperati nei confronti della vittima. Alcune ore dopo, la corte d’appello di Firenze ha confermato nella sostanza la sentenza di primo grado con cui furono condannati tre carabinieri per omicidio colposo nella vicenda della morte di Riccardo Magherini, l’ex calciatore quarantenne delle giovanili della Fiorentina, morto durante un fermo da parte dei carabinieri la notte tra il 2 e il 3 marzo del 2014, in Borgo San Frediano, nel centro storico del capoluogo toscano. Gli imputati sono quattro carabinieri e due volontarie della Croce Rossa. La presidente della Corte d’appello, Maria Luisa Romagnoli, ha aperto la camera di consiglio dopo le arringhe dei difensori degli imputati. In primo grado sono stati condannati per omicidio colposo tre dei quattro carabinieri: Vincenzo Corni, a 8 mesi, Stefano Castellano e Agostino Della Porta, a 7 mesi ognuno. Assolti invece il quarto carabiniere e le volontarie della Croce Rossa.
Il procuratore generale Luigi Bocciolini, nella prima udienza, il 15 maggio scorso, ha chiesto condanne di un anno per i tre carabinieri, di un anno per una volontaria del 118 e di 8 mesi per un’altra soccorritrice. Nessuna delle parti che hanno ricorso in appello ha richiamato la posizione del carabiniere assolto in primo grado.
Un leggero ritocco alle miti pene del primo grado e un rinvio a dopo l’estate delle argomentazioni delle difese: non era iniziato bene il processo d’appello per una morte causata da un violento fermo dei carabinieri di un uomo soccorso dal 118 per una grave crisi ed escandescenze causate da cocaina. Aveva 40 anni e un bambino piccolo a cui ha pensato anche negli ultimi istanti di vita, mentre implorava aiuto.
Il sostituto pg di Firenze, Luigi Bocciolini aveva chiesto, nella prima udienza del processo di appello, l’aumento delle condanne, per omicidio colposo, per tre carabinieri e due volontari della Croce Rossa. Aumento di qualche mese rispetto alle già blande pene del primo grado pronunciate a luglio del 2013: un anno per i tre carabinieri, un anno per una volontaria del 118 e di 8 mesi per un’altra soccorritrice. Un altro carabiniere era stato assolto.
Il pubblico ministero vuole un aumento delle pene perché i carabinieri, oltre alle omissioni, avrebbero ammanettato e immobilizzato con pressione sul corpo Magherini, che accusava un malore importante, impedendogli di «respirare liberamente», causandogli un’asfissia mortale e non accorgendosi che così l’ex calciatore era morto; e perché le volontarie nelle stesse circostanze non avrebbero operato con la perizia necessaria. I carabinieri intervennero chiamati dai cittadini dell’Oltrarno che segnalavano un uomo in escandescenze e danneggiamenti.
Fabio Anselmo, legale dei Magherini, aveva esordito ricordando che «gli imputati tutelano la violenza, noi tuteliamo il diritto alla vita». La sua attenzione è stata puntata sui numerosi depistaggi che hanno accompagnato le indagini e la prima fase processuale ma, soprattutto, Anselmo ha voluto confutare la sentenza di primo grado che enfatizza «a dismisura» il ruolo della droga nella morte di Magherini ed esclude categoricamente che vi sia stata compressione toracica a uccidere l’ex calciatore. Sembra una replica del caso Aldrovandi, ma stavolta con molti testimoni. Ricorre, con quella storia, la tesi difensiva della Dse, Excited Syndrome Delirium, sindrome non roconosciuta da buona parte del mondo scientifico, che stranamente miete vittime solo tra persone che si trovano in consegna a funzionari in ordine pubblico o legati a un letto d’ospedale. Ricorre un consulente tecnico, il professor Chiarotti, che mai s’è presentato in aula per confrontarsi pubblicamente e fisicamente con i suoi colleghi della controparte, a Firenze come a Ferrara.
Le cause della morte di Riccardo Magherini sono «legate ad un meccanismo complesso, tossico, disfunzionale cardiaco e asfittico sulle quali si sono dichiarate concordi senza che allo stato fossero da richiedersi accertamenti o approfondimenti». Il problema è il dosaggio delle concause e, a quanto sostiene Anselmo, gli errori di procedura di metodo contenuti nella sentenza per sbilanciare l’esito del processo non troppo a sfavore dei carabinieri. Un cuore sano, come quello dell’ex calciatore della Fiorentina, può morire di overdose di cocaina solo per infarto e a seguito di dosi massicce di sostanza. Non è il caso del “Maghero”, come lo chiamavano gli amici che, quella notte aveva un valore non alto di sostanza nel sangue (0,5). Ma il giudice di primo grado sembra ignorare i suoi stessi consulenti e dar un peso notevole a una perizia filo-Dse firmata – per conto dei carabinieri – da un tossicologo farmacista che, come tale, non potrebbe «in autonomia – dice Anselmo – avere la legittimazione e competenza necessari ad autorizzarlo ad esprimersi addirittura sulla causa di morte ben al di là del limite invalicabile della sola valorizzazione e commento delle analisi svolte come mero farmacista tossicologo».
Ma ci sono anche «errori nell’analisi di merito» nella memoria che il legale della famiglia Magherini, ha presentato in aula. Da questa mole di errori, scaturirebbe la «surreale ricostruzione dei fatti, spesso incomprensibile nei suoi passaggi logici, tutta tesa a negare una condotta commissiva degli operanti concretizzatasi viceversa in una prolungata e violenta compressione a terra del corpo del Magherini In posizione prona, e prolungatasi ben oltre il suo ammanettamento con le mani dietro la schiena».
E’ quello che “dice” la lesione al fegato di Ricky, segnalata dal perito del pm ma «inspiegabilmente ignorata dal giudice», insisterà Anselmo. Il professor Norelli, perito della pubblica accusa, spiega quelle lesioni come conseguenza dei tentativi di immobilizzazione, calci e compressione “non consona”, da parte di qualcuno a cavalcioni sulla schiena della vittima. La stessa storia “raccontata” dalle lesioni alle costole frettolosamente archiviate come effetti collaterali delle manovre rianimatorie. Di calci sferrati alla vittima, anche quando era a terra, riferiscono tutti i testimoni di quella notte. Ma la sentenza sembra avere inchiostro solo per il dato tossicologico, per negare l’asfissia indotta dalla compressione ma, per le parti civili, non spiega mai come lo stress di quella notte abbia fermato il cuore sano di Magherini. Eppure i consulenti di parte dei carabinieri e la stessa sentenza non possono evitare di ammettere che c’erano petecchie encefaliche e cardiache o un enfisema polmonare che la medicina legale ritiene significative dell’insorgere dell’asfissia ma che il perito dei cc definisce “petecchie a valenza non petecchiale”. Fu asfissia e si sa fin dall’autopsia. «Non di un’asfissia diretta ma di un meccanismo asfittico progressivo determinato da un’altrettanta progressiva riduzione compromissiva della funzione respiratoria», ammette il perito ignorato dalla sentenza. Riccardo era faccia a terra. E, in quella posizione si respira male anche se un consulente dell’Arma proverà a dire che anzi, con la faccia così si respirerebbe meglio. «Ogni minuto trascorso inutilmente senza soccorrerlo ha compromesso le sue possibilità di essere salvato – ricordava Fabio Anselmo – e Riccardo è morto per asfissia per il solo fatto che non gli è stato materialmente permesso di soddisfare il suo fabbisogno di ossigeno reso particolarmente necessario dal maggior impegno cui è stato sottoposto sul piano emotivo (stress e paura) e fisico (colluttazione, dolore e compressione)». Non ci sono elementi per sostenere che sarebbe morto comunque, anche se non avesse incontrato quei carabinieri.
#perchenonaccadamaipiu‘ #ILoveRiky

Roma, pestarono giovane scambiato per ultrà: Pg chiede conferma condanne per 9 poliziotti

La vittima, Stefano Gugliotta, si trovava a passare per lo stadio quando fu picchiato senza motivo dagli agenti. Era la finale di Coppa Italia del 2010
di FERDERICA ANGELI

I fatti risalgono al 2010. Era appena terminata la finale di calcio di Coppa Italia quando Stefano Gugliotta, un giovane che si trovava a passare fuori dallo stadio, fu scambiato dalla polizia per un ultrà e picchiato. L’indagine portò al rinvio a giudizio di 9 agenti che in primo grado furono tutti condannati per il pestaggio.
La conferma in appello della sentenza di quel verdetto è stata chiesta dal procuratore generale, Vittorio Paraggio: quattro anni di reclusione per lesioni personali gravissime per i poliziotti Leonardo Mascia, Fabrizio Cola, Leonardo Vinelli, Rossano Bagialemani e Michele Costanzo. Due anni e mezzo in più sono stati chiesti per i gli agenti Guido Faggiani, Andrea Serrao, Roberto Marinelli ed Adriano Camerotti, sotto processo anche per l’accusa di avere redatto un verbale falso per coprire il pestaggio.
Stefano Gugliotta, secondo quanto ricostruito dalla pubblica accusa, era in sella a un motorino insieme a un amico per andare a una festa, quando fu fermato in via del Pinturicchio, in un’area dove non erano presenti tifosi di Inter e Roma, le due squadre che si contendevano la finale di Coppa Italia. Fu colpito da schiaffi, pugni e manganellate; riportò la perdita di un dente, ferite al volto e sul corpo (porta ancora oggi i segni di quel pestaggio). Due sono stati i processi nati per quell’episodio: uno conclusosi con le condanne a 4 anni di reclusione ciascuno per i nove poliziotti, per lesioni personali gravissime; un secondo, con condanne a cinque anni di reclusione per i quattro poliziotti accusati anche di falsificazione del verbale relativo al pestaggio.
Adesso, in appello i due procedimenti sono stati riuniti. Oggi, le richieste del Pg. “La ricostruzione dei fatti è ineccepibile
sotto ogni profilo – ha detto il procuratore Paraggio nel corso della requisitoria – anche per l’esistenza di un video supportato da dichiarazioni testimoniali. Nessuna correlazione esistente tra questo episodio e ciò che stava accadendo nel luogo dell’evento sportivo; e l’azione è attribuibile a tutti gli imputati. Nessun dubbio che la sentenza di primo grado debba essere confermata”. La sentenza è prevista alla fine novembre.

Da repubblica.it

SENTENZA D’APPELLO PER’ OMICIDIO DI RICCARDO MAGHERINI

Il giudice Romagnoli conferma la condanna del primo grado per quanto riguarda le pene di sette ed otto mesi per omicidio colposo per tre dei quattro carabinieri coinvolti. Accoglie inoltre tutti gli appelli degli avvocati della famiglia e delle parti civili, togliendo il 70% di corresponsabilità nella causa di morte attribuita allo stesso Magherini nella sentenza di primo grado, in sostanza l’intera responsabilità della morte di Riccardo viene attribuita ai carabinieri. Inoltre vengono trasmessi gli atti alla procura per indagare sul reato 608 del codice penale ovvero -Abuso di autorità contro arrestati o detenuti- in quanto reato specifico del pubblico ufficiale che può aggravare la pena fino a 30 mesi. Si intravedono oggi le linee di un precedente importantissimo nella storia dei processi a carico delle Forze dell’Ordine.
Verità per Riky.
Mai più.

10 anni dall’omicidio di Aldo Bianzino

Nessuno dimentica Aldo Bianzino, ucciso il 14 ottobre di dieci anni fa nel carcere di Cappanne a Perugia.
Nessuno dimentica le sofferenze della famiglia, di come sua moglie Roberta abbia lottato fino alle ultime forze per ottenere la verità e di come oggi, suo figlio, Rudra Bianzino non abbia ancora smesso di farlo.
E noi, non smetteremo mai di urlarle, di diffondere, di scrivere, di divulgare, di ricordare, di comunicare, di appendere per le strade che… sappiamo chi è STATO.

Milano, Firenze, Alessandria, Roma, il nostro ricordo per Aldo.