Oggi Federico Aldrovandi avrebbe compiuto 29 anni

Oggi Federico avrebbe dovuto festeggiare il suo ventinovesimo compleanno

Aldrovandi25 settembre 2005, viale Ippodromo a Ferrara. Federico di ritorno da una serata con gli amici decide di fare l’ultimo pezzo che lo separa da casa a piedi, sulla sua strada si imbatte nella volante alfa 3 con a bordo Enzo Pontani e Luca Pollastri. I difensori dei poliziotti sostengono che la volante fosse arrivata sul posto in seguito alla segnalazione da parte di una cittadina preoccupata dal frastuono proveniente dal parchetto di viale Ippodromo. Il legale della famiglia Aldrovandi ha ragione invece di sostenere che quelle urla e quei rumori fossero il prodotto della colluttazione in corso tra Federico e i due agenti. Pontani e Pollastri descrivono il giovane come un invasato, spuntato d’improvviso dalla boscaglia e che li avrebbe aggrediti senza motivo a colpi di karate. Dopo poco tempo arriva la volante alfa 2 con a bordo Monica Segatto e Paolo Forlani. Lo scontro diventa violentissimo e alla fine i poliziotti hanno la meglio sul ragazzo, che muore. Muore sull’asfalto schiacciato dalla forza dei 4 agenti per quella che in termini medici si chiama “asfissia da posizione” per una forte compressione al torace. La tecnica di contenimento e ammanettamento prevede tempi più rapidi ma in quel caso si è andati ben oltre, si è sfociati nell’abuso e il momento della compressione sul selciato è stato l’ultimo atto di una lunga serie di violenze: calci, pugni, manganellate sferrate con una forza tale da spezzarne due. Pontani nel colloquio con il centralinista del 113 dirà testualmente: ”abbiamo avuto una lotta di mezz’ora con questo” e poi affermerà: “ cioè, l’abbiamo bastonato di brutto”. Federico rimane a terra, privo di vita, sfigurato in volto, col cranio sanguinante, 54 lesioni verranno rilevate dalla perizia medico legale di parte civile. Alla fine del primo grado di processo verrà illustrato dal giudice monocratico che i depistaggi, le omissioni e le testimonianze in “copia carbone” dei quattro agenti non hanno consentito un capo di imputazione più pesante di quel controverso “eccesso colposo in omicidio colposo”. Non è stato possibile parlare di omicidio preterintenzionale perché le indagini di polizia giudiziaria immediatamente successive al’evento sono state condotte in modo da rendere ostica la formulazione di tale capo d’accusa. A operare ialdro5 primi rilevamenti, a cercare testimoni a redigere verbali, c’èrano per forza di cose amici e colleghi di quei quattro poliziotti.I quattro poliziotti verranno condannati in via definitiva a 3 anni e 6 mesi di reclusione (pena ridotta a 6 mesi grazie all’indulto). Dopo solo un mese di reclusione a Rovigo per Monica Segatto si apriranno le porte del carcere e beneficiando del decreto svuota carceri finirà di scontare la pena ai domiciliari. Anche Enzo Pontani dopo un mese a Milano otterrà i domiciliari. A luglio 2013 tre dei quattro poliziotti sono tornati in libertà. Pontani un mese dopo avendo iniziato la carcerazione più tardi per un cavillo tecnico. Per loro si prospetta la sospensione di sei mesi dal lavoro al termine dei quali potranno tornare ad indossare la divisa come se nulla fosse successo pur se le sentenze dei vari tribunali, dal I° all’ultimo grado di giudizio fino al tribunale di sorveglianza parlano di una “violenza ingiustificata prima” e “dissimulazione del vero poi” che gettò “discredito per il Corpo di Polizia cui ancora essi appartengono”, su un ragazzo che quella mattina non stava commettendo alcun reato e ne uscì ucciso da quattro individui che in cassazione, dal procuratore generale furono definite durante la sua arringa “quattro schegge impazzite”. 

Nel gennaio 2014 dopo i sei mesi di sospensione i quattro agenti sono tornati in servizio ricoprendo compiti amministrativi in varie città del Veneto e la madre in un’ intervista alla stampa si disse “umiliata, mortificata” da questo fatto. Quanto al fatto che non sia possibile la destituzione dalla polizia per condanne per reati colposi, la madre di Federico ribadisce quanto lei e il padre, Lino Aldrovandi, hanno sempre sostenuto: “in tutte le sentenze che si sono succedute, in particolare la prima, hanno sancito che non è stato possibile arrivare ad una pena maggiore a causa degli insabbiamenti dei colleghi. Io ho letto il regolamento della polizia, rimarca,: la destituzione, è prevista anche per il disonore alla divisa. E questo per me è alto tradimento. Basta leggerle le cose, basta volerle applicare, per me gli appigli ci sono. Ma forse non vogliono farlo”. “Qui non ci siamo solo noi, è la sua conclusione, ma è una questione che riguarda tutti, riguarda quello che decide di fare una istituzione di fronte ad una condanna per omicidio”.

Il 15 febbraio 2014 l’associazione di famigliari, amici e compagni di Federico Aldrovandi ha convocato un corteo che ha sfilato per Ferrara – città natale di Aldro – chiedendo che gli assassini del ragazzo vengano privati per sempre della possibilità di lavorare all’interno delle forze dell’ordine, una richiesta tanto basilare quanto fondamentale, un gesto di rispetto verso la morte di Federico dopo anni di umiliazioni, inchieste insabbiate e insulALDRO2ti che la sua famiglia ha dovuto subire. Il corteo è partito da via Ippodromo, la stessa in cui Aldro fu fermato in quella notte del 25 settembre 2005 per quello che doveva essere un semplice controllo di polizia ma che invece si trasformò in un pestaggio mortale, ed è arrivato fin sotto la Prefettura, dove una delegazione ha consegnato le richieste della piazza. Tantissime le persone che hanno preso parte alla manifestazione: in prima linea i genitori di Federico, che in tutti questi anni non hanno mai spesso di portare avanti la propria battaglia per la verità, ma anche amici, familari, ultras e soprattutto familiari e vittime di altri eclatanti casi di abusi in divisa.

Trovate qui sotto il documentario “E’ stato morto un ragazzo” documentario di Filippo Vendemmiati che racconta la triste vicenda di Federico.

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Aldo Scardella morto in carcere da innocente il 2 luglio 1986

Scardella“Vi chiedo perdono, se mi trovo in questa situazione lo devo solo a me stesso, ho deciso di farla finita. Perdonatemi per i guai che ho causato. Muoio innocente”. Vero, Aldo Scardella è morto innocente, accusato di un omicidio che non aveva commesso.

Era il 23 dicembre 1985, a Cagliari nel corso di una rapina ad un supermarket, rimase ucciso il suo titolare, Giovanni Battista Pinna. Appena una settimana più tardi, venne condotto in carcere con l’accusa di omicidio uno studente 24enne, Aldo Scardella.
Aldo viveva a pochi passi dal market e sulla strada che conduceva dal negozio all’abitazione, venne ritrovato il passamontagna di uno dei rapinatori. “I banditi secondo le ricostruzioni scapparono proprio lungo il mandorleto che conduceva alla nostra abitazione, ma quella strada all’epoca aveva diversi sbocchi” come afferma il fratello Cristiano. Gli esami del guanto di paraffina così come la perizia sul passamontagna diedero riscontri negativi circa la possibile appartenenza al giova­ne studente sardo.
Nonostante la perizia e l’alibi fornito , il tribunale della Libertà non invalidò il fermo di Aldo. In seguito, venne condotto al carcere di Oristano, dove fu tenuto in isolamento senza avere la possibilità di informare i propri familiari dell’ordinanza di custodia cautelare, né del luogo dove fosse costretto, tanto che anche il trasferimento nel carcere di Buoncammino a Cagliari rimase ignoto. Il primo incontro con i familiari risale al 10 aprile 1986 dopo quattro mesi dall’arresto, mentre non ci fu mai l’incontro con il suo difensore, Gianfranco Anedda.

Il 2 Luglio 1986 Aldo Scardella viene trovato impiccato nella sua cella, nel carcere Buoncammino di Cagliari. Accanto al corpo il biglietto con su scritto: ” Muoio innocente”.

L’autopsia condotta sul corpo del detenuto riscontrò la presenza di metadone, nonostante le cartelle cliniche del carcere non prescrivessero per lui alcuna terapia, dato questo confermato in più occasioni dai familiari.

Nel 1996 nuove indagini sull’omicidio per il quale era stato indagato Scardella, portarono alla condanna, nel 2002, di Walter Camba e Adriano Peddio, dichiarando Aldo totalmente estraneo ai fatti.

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Cinque anni fa la morte di Michele Ferrulli

114334079-30fc2760-52d3-4a89-a47c-2aa6b22361caCinque anni fa Michele Ferrulli moriva in via Varsavia a Milano durante un fermo di polizia. Muore in posizione prona, bloccato a terra da quattro agenti mentre invocava aiuto. Il Pm nel processo di primo grado durante la sua arringa finale disse: «l’intervento dei poliziotti è stato sempre sopra le righe, mentre Ferrulli aveva un atteggiamento non aggressivo nei loro confronti». Inoltre ha affermato che l’uomo «subì percosse. Se io butto a terra una persona e infierisco  posso fargli molto male, e a questa persona può venire un infarto, anche se è una conseguenza di certo non prevedibile. Non ci vuole uno scienziato per capire che se una persona dice ‘basta, la testa basta’, bisognava smetterla lì».

I fatti:

Michele Ferrulli, 51 anni, originario di Bari ma residente a Milano dove lavorava come operaio edile. Michele con la sua famiglia occupava un alloggio in via Varsavia. Una persona mite e generosa, secondo chi lo conosceva bene, impegnato a combattere a favore degli abusivi delle case popolari con l’obbiettivo di ottenere per loro alloggi regolari e a norma di legge.
La vita di Michele si interrompe la sera del 30 giugno proprio in via Varsavia. Un residente segnala alla polizia la presenza di diverse persone che, per strada, ascoltano musica ad alto volume, orinano sulla saracinesca di un bar e si abbandonano a urla e schiamazzi. Il gruppetto è composto da Michele e da due suoi amici. Intervengono due volanti.
Al loro arrivo gli agenti dichiarano di aver chiesto i documenti ma di essere stati subito insultati da Michele che li minaccia e tanta di aggredirli. I poliziotti rispondono con la forza e lo immobilizzano a terra per ammanettarlo, operazione che è durata diversi minuti, forse troppi per il cuore di Michele Ferrulli. La questura dichiara la morte per infarto.
Le testimonianze dei due amici e di altre persone presenti parlano di un pestaggio da parte dei quattro agenti. Alcuni dicono che Michele veniva selvaggiamente picchiato mentre gridava ripetutamente aiuto.
Una circostanza confermata dai nuovi video diffusi dall’avvocato Anselmo, differenti dai primi per via della presenza dell’audio originale. Si sentono le urla e le invocazioni di aiuto di Ferrulli, i commenti in sottofondo, in lingua straniera, di chi in quel momento stava girando le immagini e si possono nitidamente vedere i colpi di manganello e i pugni.

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Processo De Michiel: domani mercoledì 29 giugno nuova udienza del processo di primo grado

27038_384430699662_878817_nRiprenderà domani mercoledì 29 giugno presso il Tribunale di Venezia il processo che vede imputati anche 5 poliziotti per il pestaggio ai danni di Tommaso e Nicoló De Michiel avvenuto nell’aprile del 2009.

Nelle scorse udienze  è iniziata l’escussione dei testimoni dell’accusa, la prima ad essere ascoltata è stata la sig.ra Bidorini che ha raccontato i fatti a cui ha assistito direttamente dal balcone di casa sua: racconta di aver visto i poliziotti, a seguito di quello che poteva sembrare un banale controllo dei documenti, caricare di peso il più giovane dei fratelli (Tommaso) sulla barca della polizia, costringerlo a stendersi e picchiarlo ripetutamente. Le urla del ragazzo si sentivano nitide e spaventose. L’altro fratello è stato poi ammanettato, caricato sulla barca e portato anch’egli in questura. Vano il tentativo da parte dei De Michiel di avvisare gli agenti che loro padre è in servizio alla questura e di farsi riaccompagnare a casa da lui. Continua a leggere…

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Undici anni fa la morte di Carmine Spina

10015638_1405710099757246_7568408558315669637_n«Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria curano che le tracce e le cose pertinenti al reato siano conservate e che lo stato dei luoghi e delle cose non venga mutato prima dell’intervento del pubblico ministero». Recita così l’articolo 354 del Codice di Procedura Penale e dovrebbe venire applicato quando i luoghi del reato sono quelli di un incidente stradale. A maggior ragione se c’è un ragazzo morto che giace sull’asfalto. È Carmine Spina, 24 anni, l’anno è il 2005 e il suo corpo è privo di vita a seguito dell’impatto tra la sua moto e un’automobile. Viaggiava su una strada con diritto di precedenza, mentre l’automobile con cui si è scontrato usciva da una strada secondaria con obbligo di stop e sulla strada percorsa da Carmine c’è la striscia continua, segnale che lì non è possibile né fare sorpassi, né immettersi da strade secondarie; solo in un punto il tratto è discontinuo ma probabilmente non è il punto in cui l’automobile attraversa per immettersi sulla strada di Carmine (anche alcune foto dei Carabinieri e una perizia successiva lo dimostreranno). Non è stato possibile accertarlo perché il suddetto articolo 354 in questo caso non è stato rispettato e l’automobilista è stato assolto. Questa è anche la storia di Gerardo, padre di Carmine, e di un’aula di tribunale. È il 2008 e Gerardo ascolta in quest’aula alcune testimonianze che non dimenticherà più. A parlare è il Sottoufficiale responsabile dei rilievi, Genovino Moschella, che risponde così alla domanda che gli viene rivolta sulla posizione in cui si trovavano la macchina e la moto: «Allora, la macchina è stata spostata dopo che è stato consentito il transito di altri veicoli, perché al momento non ci si era resi conto della gravità dei fatti». Il verbale redatto nel giorno dell’incidente, però, racconta ben altro. Secondo quanto scritto dagli stessi carabinieri, infatti, giunsero sul luogo dell’incidente quando già «vi erano due ambulanze del 118 con il relativo personale sanitario. Disteso al suolo vi era un giovane dall’apparente età di 25 anni e personale medico che prestava le cure anche ad un altro giovane motociclista. Il giovane che giaceva al suolo, ormai privo di vita, veniva identificato in Spina Carmine Aniello». Dunque un’evidente contraddizione che verrà spiegata come semplice dimenticanza. È un fatto, però che i rilievi siano stati effettuati dopo aver spostato l’automobile, cosa che contravviene al Codice di Procedura Penale. Inoltre si testimonierà che la visibilità di Carmine, che aveva appena percorso una curva, era di soli otto metri. In realtà la visibilità su quella strada è di ben ottanta metri. Gerardo non ci sta e da allora ha iniziato una battaglia per capire come sono realmente andate le cose. Ha sporto denuncia per cercare di fare chiarezza ancora una volta in tribunale, ma il pubblico ministero ha richiesto l’archiviazione. Gerardo Spina si è opposto all’archiviazione ma il Gip non ha ancora deciso: “Nella richiesta di archiviazione si scrive che il Sottufficiale nel dire in tribunale, sotto testimonianza, “8 metri se non sbaglio” ha usato un termine dubitativo, estrapolando una sola frase dal contesto. Il fatto è che non lo ha detto una sola volta, ma lo ha ribadito e sottolineato in una fase successiva della testimonianza. Io da padre, non posso permettere che queste falsità e omissioni vengano prese per buone da persone che dovrebbero applicare la legge in egual modo per tutti i cittadini. Sapevano bene l’Ufficiale di P.G. e gli altri tre che mio figlio era deceduto e sapevano bene la distanza che va dalla curva al punto di impatto”.11393209_1406464776348445_6301370379586249189_n
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Otto anni fa moriva nel carcere di Sollicciano Niki Aprile Gatti

Otto anni fa moriva nel carcere di Sollicciano Niki Aprile Gatti.

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Oggi ricorre l’ottavo anniversario della morte di Niki Aprile Gatti. Alle 13.25 del 24 giugno 2008 con una telefonata fatta dal carcere di Sollicciano, la mamma di Niki apprende che suo figlio si era suicidato, impiccato nel bagno della sua cella. Una versione che non ha mai convinto la madre che ancora oggi continua a chiedere verità e giustizia per suo figlio

I Fatti:

Niki è un ragazzo di 27 anni, esperto di informatica che lavora presso una società di cui è anche socio minoritario. La mattina del 19 giugno Niki va a colloquio dall’avvocato e quando esce viene arrestato con l’accusa di “frode informatica”. Ricordiamoci questa accusa perché sarà importante nel prosieguo. Viene tradotto in custodia cautelare nel supercarcere di Sollicciano mentre altri due arrestati verranno portati nel carcere di Rimini, che sarebbe la sede più naturale. Mamma Ornella contatta l’avvocato aziendale, che le dice che Niki è in isolamento per qualche giorno quindi è inutile cercare di contattarlo.

Inizia anche una serie di telefonate e pressioni varie per convincere la signora Ornella a cambiare avvocato, ma lei insiste. Vuole l’avvocato Marcolini che, essendo il legale aziendale, conosce meglio di ogni altro le vicende societarie. Il 20 giugno però, alle 20,58 viene spedito a Niki un telegramma: devi nominare l’avvocato X. Il telegramma viene spedito dalla casa di Niki stesso, che in teoria doveva essere sotto sequestro. Niki non sa che la madre è contraria e di fronte ad un invito così perentorio Niki esegue.
Il giorno dell’udienza, il 23 giugno, Ornella viene a sapere che suo figlio ha cambiato avvocato. La signora torna a casa senza aver potuto vedere suo figlio.
Il 24 giugno alle ore 13,15 arriva una telefonata sul cellulare della signora: “E’ il carcere di Sollicciano, suo figlio si è suicidato.”

Sette anni dopo durante l’udienza preliminare emerge che la Procura di Firenze non aveva competenza sul caso. E quindi non avrebbe potuto nemmeno ordinare l’arresto di Niki Aprile Gatti. Spettava alla procura di Arezzo occuparsi della presunta associazione a delinquere finalizzata alle truffe telematiche con i numeri 899. E non a quella di Firenze. L’accusa era per tutti di frode informatica, ma mentre tutti gli arrestati furono trasferiti nel carcere di Rimini, solo il giovane avezzanese, che da subito decise di non avvalersi della facoltà di non rispondere, fu portato a Sollicciano. La prima opposizione fatta dalla famiglia all’archiviazione della morte per suicidio è sparita misteriosamente nei meandri della Procura. Sono spariti anche i computer nell’appartamento di Niki a San Marino, perché tra l’altro non furono mai sequestrati dalla Procura di Firenze. Cosa vuole dire dal punto di vista processuale? Che si azzera tutto e lo si fa quando ormai la prescrizione è vicina. Un nuovo dolore e ancora più rabbia – se questo è possibile- per la madre di Niki, Ornella Gemini che non si è mai arresa alla tesi per cui Niki si sarebbe tolto la vita da solo. «Hanno azzerato tutto? Che azzerassero allora anche le archiviazioni per suicidio. Cosa devo pensare? Che ho perso un figlio per errore? Sono pronta ad azzerare tutto, che mi facciano tornare a casa mio figlio, una casa in cui dal 24 giugno 2008 non si vive più».

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In ricordo di Giuseppe Uva nell’ ottavo anniversario della morte

uva-ksOI-U430101218199244OsH-512x384@Corriere-Web-MilanoGiuseppe Uva muore il 14 giugno 2008 otto ore dopo l’arresto e quattro dopo il ricovero in ospedale. A Varese si è  concluso il 15 aprile il processo di primo grado per la sua morte con l’assoluzione per sei poliziotti e due carabinieri dalle accuse di omicidio preterintenzionale, arresto illegale, abbandono di incapace e abuso di autorità su arrestato. 

I FATTI:

Siamo a Varese, ore 2,55 del 14 Giugno 2008. In una stanza del comando provinciale dei carabinieri di via Aurelio Saffi si trova Giuseppe Uva denunciato a piede libero insieme al suo amico Alberto Biggiogero per “disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone.” Giuseppe quella sera era in giro per la città con il suo amico Alberto Biggiogero. Un po’ alticci i due arrivano all’altezza di via Dandolo e per goliardia spostano alcune transenne con l’intenzione di chiudere la strada al traffico. Ridono, urlano, fanno confusione, troppo per gli abitanti del quartiere che chiamano i carabinieri. Sul luogo arriva una gazzella con a bordo il brigadiere Paolo Righetto e l’appuntato capo Stefano Dal Bosco. La fase del fermo e dell’arresto raccontata da Biggiogero discorda con quella messa a verbale: all’arrivo della gazzella il brigadiere Righetto scende dalla macchina urlando: ”Uva proprio te cercavo stanotte, questa non te la faccio passare liscia, questa te la faccio pagare!”. Inizia quello strano inseguimento a piedi tra Uva e il brigadiere che quando lo raggiunge lo scaraventa a terra e comincia a malmenarlo. Alberto interviene ma viene spinto via e finisce addosso all’altro agente che lo schiaffeggia accusandolo di averlo urtato volontariamente. Nel frattempo Uva viene trascinato verso la gazzella e scaraventato sui sedili posteriori. Il brigadiere continuava a inveire contro di lui prendendolo a calci e pugni. Giuseppe chiede aiuto ma Alberto non può intervenire in quanto immobilizzato dal secondo agente. In quel frangente arrivano due volanti della polizia e viene intimato a Biggiogero di salire in macchina. Lui chiede di andare con il suo amico ma la polizia, per tutta risposta gli mostra il manganello e gli chiede se abbia voglia di provarlo. A quel punto la gazzella con Giuseppe parte e Alberto non vedrà più il suo amico vivo, il peggio deve ancora arrivare. In caserma Alberto sente distintamente le urla dell’amico, ogni volta che chiede di smetterla con il pestaggio viene minacciato dagli agenti fino a che non decide di chiamare il 118 dal suo cellulare per richiedere un ambulanza. L’operatore del 118 dice ad Alberto che avrebbe mandato l’ambulanza ma al termine della telefonata anziché inviare il mezzo il 118 chiama la caserma per avere conferma. Gli viene risposto che non c’è bisogno di alcuna ambulanza e che la chiamata è stata effettuata da due ubriachi a cui adesso avrebbero tolto il cellulare. Alle 6 sono gli stessi carabinieri a chiamare il 118 per far portar via Giuseppe Uva. Alle 11.10, otto ore dopo l’arresto e quattro dopo il ricovero Uva è un uomo morto.  i Pubblici Ministeri Abate e Arduini portano sul banco degli imputati gli psichiatri Carlo Fraticelli, Matteo Catenazzi ed Enrica Finazzi con l’accusa di omicidio colposo. Per i Pm la morte di Giuseppe Uva è da ricondurre a colpa medica. La tesi dell’accusa era che Giuseppe
fosse morto per l’interazione dei farmaci sedativi assunti in ospedale e il suo pregresso stato di ubriachezza. Perizie e controperizie fatte anche dopo la riesumazione del corpo dimostreranno che la cura somministrata in ospedale era corretta e che il motivo della morte di Giuseppe Uva non era da ricercarsi nella parte medica inquisita. Il giudice Muscato assolve i medici dall’accusa di omicidio colposo e nelle motivazioni non manca di sollevare critiche all’operato del Pm. Durante tutto il processo non è mai stato accertato cosa sia accaduto nella caserma di via Saffi e non è mai stato ascoltato il testimone chiave, Alberto Biggiogero. In data 11 marzo 2014 viene respinta dal giudice Battarino la richiesta avanzata dai due Pm di archiviazione nei confronti di due carabinieri e sei poliziotti. Il 20 marzo quindi i due Pm si vedono obbligati a formalizzare l’incriminazione per gli otto agenti per omicidio preterintenzionale, arresto illegale e abuso d’autorità, solo che secondo il Procuratore Capo facente funzioni Felice Isnardi i due Pm l’avrebbero si fatto ma in modo tale da costruire imputazioni deboli per illogicità e contraddittorietà, con il risultato di rischiare di minare in partenza un processo nel quale non credono e solo il gip li ha obbligati. Per questo il Procuratore Isnardi toglie il fascicolo ai due Pm con la convinzione che il capo d’imputazione formulato “non abbia rispettato le imposizioni imposte dall’ordinanza del Gip”. Il 20 ottobre 2014 dopo sei anni dalla morte di Giuseppe Uva parte quindi il processo che vede sul banco degli imputati quegli agenti che lo hanno arrestato e tenuto in custodia quella notte. Il 15 aprile il processo si conclude con l’assoluzione degli imputati perché il fatto non sussiste.

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Processo Magherini: domani martedì 14 giugno attesa la sentenza di primo grado

E’ attesa nel pomeriggio di domani martedì 14 giugno la sentenza di primo grado del processo per la morte di Riccardo Magherini. In mattinata toccherà ai legali dei carabinieri, Francesco Maresca e Riccardo Ragusa fare le loro arringhe conclusive. Se non ci saranno repliche la corte si ritirerà in camera di consiglio.

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«Se lo avessero messo a sedere, invece che lasciarlo sdraiato, Riccardo Magherini non sarebbe morto. I carabinieri avevano l’obbligo della sua incolumità mentre hanno contribuito alla morte». Sono le parole più dure della requisitoria del pm Luigi Bocciolini. Per i quattro carabinieri e una delle volontarie della croce rossa è stata chiesta la condanna a nove mesi, per uno dei carabinieri un mese un più per le percosse. Continua a leggere…

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In ricordo di Dino Budroni nel giorno del suo compleanno

Oggi Dino Budroni avrebbe dovuto festeggiare il suo quarantacinquesimo compleanno. Purtroppo non potrà festeggiarlo perchè il 30 luglio 2011 una colpo di arma da fuoco calibro 9 sparato dall’agente Michele Paone lo strappò alla vita e all’affetto della sua famiglia. Da quel giorno per la famiglia è iniziato un vero e proprio calvario culminato il 15 luglio 2014 con l’assoluzione dell’agente dall’accusa di omicidio colposo. Il 4 aprile è iniziato il processo d’appello. Al dolore per la morte di Dino si sono aggiunte due cose agghiaccianti: una condanna a Dino due anni dopo la sua morte e numerose profanazioni alla tomba del loro caro.

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I fatti:

Una persona è stata uccisa su un’autostrada da un agente di polizia. E’ accaduto il 30 luglio del 2011 sul grande raccordo anulare di Roma ma forse nessuno se n’è reso conto perché i giornali hanno usato quasi tutti parole depistanti: “Sparatoria sul gra”, “Inseguimento di uno stalker”, qualcuno lo paragonò al film Shine. Si chiamava Bernardino Budroni, per tutti Dino. Soprattutto per i suoi genitori, per la sorella Claudia, il cognato Fabrizio, le nipoti. Il proiettile calibro 9 lo ha trapassato dal fianco sinistro, perforando i polmoni e il cuore. E’ successo al km 11, lo svincolo per Mentana. Chi ha sparato è un agente scelto, quando lo ha fatto aveva 28 anni. Nessuno gli ordinò di farlo quella notte, nemmeno di mirare alle ruote. Dino aveva dodici anni in più di lui. L’agente scelto, pare, era seduto dalla parte sbagliata. Doveva trovarsi alla guida della volante 10 non sull’altro sedile. Quale «emergenza» si verificò per non farlo guidare? Di fronte al pm, due giorni dopo i fatti, dirà di aver esploso due colpi dopo un inseguimento di dieci minuti. Anche quello che non uccise andò fuori bersaglio, bucando la lamiera dello sportello. Altre due auto, Beta Como della polizia e una gazzella dei carabinieri, parteciparono all’operazione “agganciando” la volante 10 nel tragitto. Erano più o meno le 5 del mattino del sabato dell’esodo estivo. La Focus era praticamente incastrata sulla destra della corsia. I carabinieri l’avevano sorpassata e s’erano messi di traverso, lo sportello di destra toccava appena la Focus che a sua volta ha toccato il guardrail. Un piccolo segno di vernice, grande come un’unghia sta ancora lì a testimoniarlo, a pochi metri dalla foto e dai fiori, sempre freschi. Sullo sportello posteriore destro di Budroni c’è il segno di una gomma (forse) di Beta Como. La scena sembra quella di una macchina inseguita che prova a divincolarsi zigzagando. L’agente che ha sparato riferisce che era stato parecchio occupato dall’una meno un quarto di quella notte a cercare il Budroni che era andato sotto l’abitazione della sua ragazza, nel quartiere di Cinecittà a una ventina di chilometri da dove è finito l’inseguimento. Un brutto caso di danneggiamento di porte e cancelli, di sms minacciosi e di disturbo della quiete pubblica, probabilmente. 10348391_631574963629825_103536153862632660_n
“Crimini” che non prevedono la fucilazione immediata. Chi ha sparato sapeva quasi tutto di Budroni: che abitava nel comune di Fontenuova e che aveva una pendenza per il possesso di una balestra (acquistabile ovunque) e un fuciletto ad aria compressa. Per questo, così ha dichiarato, ha tirato fuori la Beretta Parabellum quando ha affiancato la Focus verde mare. Dice di essere stato col braccio «perfettamente in asse» con la ruota posteriore sinistra ma che la Focus provava a svicolare spostando di scatto il bersaglio. Quanto forte andasse e quanto tempo sia passato tra lo sparo e l’arresto l’agente scelto non ricorda. Di certo egli stesso ha dichiarato che Dino non era armato ma agiva forse sotto l’effetto di droghe. Droghe che la perizia tossicologica quantificherà in modeste e antiche tracce di cannabis. Budroni, comunque, aveva alzato il gomito. Un “reato” che non prevede la pena di morte per esecuzione sommaria. l’ agente Michele Paone viene assolto in primo grado dall’accusa di omicidio colposo. Per il magistrato che ha emesso la sentenza l’agente Paone avrebbe fatto un uso legittimo dell’arma. Nelle motivazioni (appena 11 pagine compresa l’intestazione) viene spiegato che “ l’iniziativa assunta dall’agente appare adeguata e proporzionata” e inoltre sarebbe “del tutto erronea una comoda e asettica valutazione a posteriori, condizionata soprattutto, dalla conoscenza dell’accaduto luttuoso poi verificatosi”. Il comportamento del poliziotto sarebbe insomma stato giustificato dal voler interrompere una “grave e prolungata resistenza”. 

Condannato due volte da morto

Nel 2010 la magistratura avviò un’indagine per rapina. Dino, così lo chiamavano in famiglia, era stato accusato di
aver rubato la borsa alla sua ex compagna, un ‘ostaggio’ per costringerla a tornare a casa. L’oggetto è stato ritrovato effettivamente in casa dell’uomo, insieme alla carabina a piombini e a una balestra.  L’8 luglio 2013 Budroni viene condannato a due anni e un mese di reclusione per rapina e detenzione illegale di armi. Sentenza ripresa appunto dal Tribunale di Tivoli con ulteriore decreto di condanna al pagamento di una pena pecuniaria. Due giudizi da morto, mentre alla sbarra veniva processato chi lo ha ucciso.

Gli sfregi alla tomba

Nemmeno la tomba di Bernardino Budroni viene lasciata in pace. È stata danneggiata da atti vandalici  per ben cinque volte. Rovinata la lapide asportati i fiori e distrutti altri oggetti lasciati lì dalla sua famiglia per ricordare ed onorare la memoria del loro caro defunto.  Gli autori di questi vili gesti hanno persino lasciato un biglietto dove scrivevano in sostanza che Dino se l’era andata a cercare. La famiglia è stata costretta a piazzare delle telecamere per sorvegliare la tomba del proprio caro.

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Caso Cucchi: domani giovedì 9 giugno udienza camerale per decidere il prosieguo dei lavori

Introna e il collegio dei periti saranno chiamati domani a spiegare cosa gli impedisca di concludere scientificamente lì dove i consulenti di parte (parti civili e indagati) si sono già espressi a metà maggio.

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Non sono bastati sette anni di indagini, una messe di perizie di parte e di ufficio, tre processi (e un quarto giudizio di appello di rinvio per il quale questa mattina, a Roma, verrà pronunciata la requisitoria della Procura generale), oltre a una nuova istruttoria in corso del pm Giovanni Musarò.  Quando la scienza medica si accosta al corpo offeso e alla morte di Stefano Cucchi, sembra rimanerne incenerita. Farfuglia. E improvvisamente, anche dati clinici obiettivi annegano nella nebbia dell’opinabile. In una parabola kafkiana dove l’accertamento della verità, ogni volta, sembra dover ripartire da zero, per non andare da nessuna parte. Continua a leggere…

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