Presentazione Soli Soli a Milano


ACAD Milano organizza:
Presentazione del libro “SOLI SOLI. Morire a Regina Coeli” di Rossella SCARPONI (ed. Sensibili alle foglie).
INCONTRO CON L’AUTRICE
Intervengono:
ACAD (Associazione Contro gli Abusi in Divisa)
Mirko MAZZALI (Avvocato penalista)
Letizia MOSCA (Giornalista di Radio Popolare)
In apertura, proiezione del cortometraggio: “IL RAGAZZO CHE LOTTAVA PER I MARCIAPIEDI” di Giancarlo CASTELLI
ESPOSIZIONE delle tavole di ZeroCalcare realizzate per il documentario.
A chiusura aperitivo.

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“SOLI SOLI. Morire a Regina Coeli”
Tra il romanzo di formazione e quello di denuncia, attraverso una storia di vita e di ricerca della verità sulla tragedia che ha segnato la vita della protagonista, il libro racconta un dispositivo tipico delle istituzioni repressive. Il marito di Isabella, Mario, muore, nel maggio 1987, a Regina Coeli. La sua morte viene raccontata come un suicidio, confondendo bugie e realtà, e rendendo impossibile una lettura oggettiva del caso, che si chiuderà nel suo iter giudiziario decretando l’assenza di responsabili per il decesso.
In seguito a un evento fortuito, accaduto a trent’anni di distanza, Isabella riesuma vecchi dossier, lettere e memoriali, e inizia a raccontare la vicenda in un libro.
La dimensione letteraria di questa storia non toglie nulla alla forza della realtà, visto che, negli ultimi diciassette anni, un migliaio di detenuti si è tolto la vita in carcere e che la società preferisce lasciare nell’ombra queste vicende, come se non la riguardassero. Isabella, dopo moltissimi anni, forte del suo amore, ci chiede di non distogliere lo sguardo.
Rossella Scarponi, Soli soli. Morire a Regina Coeli, Sensibili alle foglie, 2019
www.libreriasensibiliallefoglie.com

ROSSELLA SCARPONI è nata a Roma nel 1962. Fin dai tempi del Liceo si è interessata di politica e sociale; oggi è impegnata in attività contro gli abusi. Questo suo primo libro si ispira a fatti realmente accaduti e vissuti in prima persona.

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“IL RAGAZZO CHE LOTTAVA PER I MARCIAPIEDI”
di Giancarlo Castelli
Tratta della vicenda di Mario Scrocca morto suicida a Regina Coeli nel 1987.

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Bergamo: Presentazione “SOLI SOLI. Morire a Regina Coeli”

Nella suggestiva cornice di EXSA – Ex Carcere di Sant’Agata Bergamo in collaborazione con ACAD Associazione Contro gli Abusi in Divisa – Onlus, c.s.a. Pacì Paciana, Kascina Autogestita Popolare Angelica “Cocca” Casile, Bergamo Antifascista verrà presentato:

Mercoledì 13 novembre 2019 ore 18:00
EXSA – Ex Carcere di Sant’Agata – Bergamo

SOLI SOLI
Morire a Regina Coeli

Questo libro, tra il romanzo di formazione e quello di denuncia, attraverso una storia di vita e di ricerca della verità sulla tragedia che ha segnato la vita della protagonista, racconta un dispositivo tipico delle istituzioni repressive. Il marito di Isabella muore, nel maggio 1987, a Regina Coeli. Non è dato sapere se suicida o suicidato. La prassi istituzionale ha cancellato i dati di fatto con una narrazione sostitutiva della verità. “La tua morte è stata un danno collaterale nella fantasmagorica lotta al terrorismo e, in forza di quella guerra santa, la tua vita è stata ritenuta sacrificabile”. Un danno che si riverbera e moltiplica sui famigliari, lasciandoli “soli soli”. La dimensione letteraria di questa storia non toglie nulla alla forza della realtà, visto che, negli ultimi diciassette anni, un migliaio di detenuti si è tolto la vita in carcere e che la società preferisce lasciare nell’ombra queste vicende, come se non la riguardassero. Isabella, trentadue anni dopo, forte del suo amore, ci chiede di non distogliere lo sguardo.

Rossella Scarponi, Soli soli. Morire a Regina Coeli, Sensibili alle foglie, 2019

www.libreriasensibiliallefoglie.com

ROSSELLA SCARPONI è nata a Roma nel 1962. Fin dai tempi del Liceo si è interessata di politica e sociale; oggi è impegnata in attività contro gli abusi. Questo suo primo libro si ispira a fatti realmente accaduti e vissuti in prima persona.

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Spezziamo quel silenzio // Presidio al carcere di San Gimignano

Sabato 26 ottobre saremo presenti!
Presidio al carcere di San Gimignano contro abusi e torture!

Spezziamo quel silenzio di tomba!
A fianco di chi lotta contro il carcere, a fianco dei prigionieri di San Gimignano!

Il 22 settembre scorso i giornali hanno riportato la notizia di un’indagine che vede coinvolte 15 guardie del carcere di San Gimignano, accusate sulla base di testimonianze dirette di avere picchiato un prigioniero con pugni e calci, fino a lasciarlo svenuto a terra. Subito si è levato il coro a difesa della polizia penitenziaria, ed è naturale che sia così: occorreva per l’ennesima volta nascondere all’opinione pubblica quella che è la realtà di un sistema penale e carcerario marcio da cima a fondo!Al massimo si è fatto riferimento alle classiche “mele marce” che non devono guastare il cesto: anche questo un film già visto troppe volte, quando i cosiddetti tutori dell’ordine vanno oltre gli ordinari livelli di impunità e la fanno troppo grossa. In questo caso forse sono stati sbadati e si sono fatti riprendere dalle loro stesse telecamere, altrimenti tutto sarebbe caduto nel silenzio per l’ennesima volta, nonostante le denunce.è molto eloquente, a questo riguardo, che la direzione del carcere e successivamente lo stesso Dap, che sovrintende alle carceri, abbiano negato per mesi, di fronte alle denunce dei prigionieri raccolte da una associazione, che questo pestaggio fosse mai avvenuto, mentre la dottoressa che ha firmato il referto è stata oggetto di intimidazioni.Perché questa è la realtà quotidiana delle galere che si vuole nascondere: violenza e sopraffazione sistematica, che non comincia dai pestaggi ma dalle condizioni invivibili cui sono costretti i prigionieri, vessati da regolamenti inumani e da strutture fatiscenti e sovraffollate. Nello specifico di San Gimignano parliamo di un carcere dove addirittura manca l’acqua potabile e i detenuti sono costretti per bere a comprare l’acqua minerale a proprie spese; di un carcere costruito in mezzo alla campagna, per essere ancora più isolato e nascosto, dove i familiari per fare visita ai propri cari devono organizzarsi con i pulmann. Ma per uno stato sempre pronto ad autoassolversi è tutto nella norma: “a San Gimignano la situazione è accettabile” dice i capo del Dap Basentini.Vogliamo però dire che non esiste un carcere umano e la soluzione non è certo una detenzione a 5 stelle, se mai possibile. Gli abusi e la tortura sono figli legittimi dell’insensatezza della carcerazione e del sistema penale di questo stato. Perché si parla tanto di rieducazione ma ci permettiamo di chiedere: chi dovrebbe essere rieducato? Un gruppo di prigionieri che mette a rischio la propria incolumità per denunciare un sopruso o le guardie che in 15 contro 1 picchiano una persona indifesa perché amministrano un ordine intrinsecamente violento e ingiusto, che umilia, tortura e uccide quotidianamente (già 98 morti quest’anno)? O non dovrebbe piuttosto essere rieducata una classe dirigente che nasconde tutto questo perché è troppo interessata a dare in pasto al popolo il mostro di turno per indirizzare in altra direzione lo scontento e la potenziale rabbia popolare che potrebbero rivolgersi contro se stessa? Vogliamo rimarcare che i pestaggi, a S. Gimignano come nelle altre carceri, rappresentano la ordinaria sanzione, da parte delle guardie, di una insubordinazione rispetto all’ordine costituito. In queste mesi le proteste contro gli abusi delle direzioni degli istituti e della polizia penitenziaria si sono moltiplicate: Napoli, Trento, Perugia, Palmi, Reggio Emilia, Campobasso solo per citare le più recenti. Non è quindi un caso che Salvini, l’uomo dei “decreti sicurezza” che ha fatto della violenza armata del potere la sua bandiera politica, abbia solidarizzato con le guardie sotto indagine andando sotto il carcere.Una visita atta a sbandierare l’impunità di cui le forze della repressione ritengono di dover godere in questo sistema, impunità che fa sì che si possa entrare sulle nostre gambe all’interno di una questura o di una galera per uscirne dentro una bara. Ma fortunatamente la visita di Salvini ha visto una pronta e significativa reazione da parte dei prigionieri che hanno protestato rumorosamente.In questo momento riteniamo sia di fondamentale importanza portare tutta la solidarietà possibile ai detenuti di San Gimignano. Per questo sabato 26 ottobre andremo sotto le mura di quel carcere, in contemporanea con il presidio che si svolgerà sotto il carcere di Parma per ricordare Egidio Tiraborrelli, operaio in pensione ucciso a 82 anni, dopo essere stato condannato in contumacia per favoreggiamento dell’immigrazione.Pur gravemente malato, gli sono stati rifiutati i domiciliari e così è uscito dal carcere solo per andare nell’ospedale dove alla fine è deceduto. Lo faremo contro l’inferno dei cosiddetti “regimi differenziati”. Contro, cioè, le sezioni di 41bis in cui i prigionieri sono sottoposti ad un trattamento che costituisce una vera e propria tortura. Contro quelle di Alta Sicurezza (AS) in cui si isolano le persone detenute dal resto della popolazione carceraria.Lo faremo in solidarietà con tutt@ i compagn@ che si ritrovano prigionieri o sotto processo per le lotte contro questo stato che violenta, tortura e uccide ogni giorno attraverso i suoi servi. Lo faremo perché riteniamo che la lotta contro le carceri, dentro e fuori le mura, sia un tassello fondamentale della rivolta contro l’esistente, e che la solidarietà resti sempre la nostra migliore arma.

CAMPAGNA “PAGINE CONTRO LA TORTURA”

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Fiaccolata per Stefano Cucchi

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5° memorial Stefano Cucchi

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SENTENZA PROCESSO TOMALÀ

Ci arriva adesso, come l’ennesima doccia fredda, la notizia che il gup ha assolto l’agente di polizia Luca Pedemonte che il 10 giugno dello scorso anno sparò sei colpi contro il ventenne Jefferson Tomalà, nell’abitazione di quest’ultimo in via Borzoli a Genova, tragico epilogo di quello che doveva essere un trattamento sanitario obbligatorio per un ragazzo che in quel momento aveva probabilmente solo bisogno dell’aiuto di un medico. Pedemonte era accusato di omicidio colposo per eccesso di legittima difesa.
Nella precedente udienza il giudice dichiarò che “Una pur minimà professionalità, avrebbe dovuto imporre l’esplosione di un solo colpo e non in direzione di parti vitali. Tutti i colpi furono invece diretti in zone vitali e furono esplosi a distanza talmente ravvicinata da consentire, con l’impiego di dovuta diligenza e perizia, una mira pressoché esatta”.
Oggi il processo si è svolto a porte chiuse, con rito abbreviato.
A noi, come sempre rimane l’amarezza nell’osservare il dolore di una famiglia, di una madre, che chiede aiuto temendo per l’incolumità del figlio, e lo ritrova morto.
a 22 anni.

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