ACAD

-Associazione Contro gli Abusi in Divisa – ONLUS –

Lo stato uccide e poi rimuove?

tenda01Tendopoli di San Ferdinando, 10 Giugno 2016. La baracca in cui Sekine Traore è stato ucciso da un colpo di pistola ormai più di due giorni fa, in questo momento non è sottoposta a sequestro. È ancora l’emporio dove da uno stereo canta Bob Marley, qualcuno fuma una sigaretta e qualcun altro beve un caffè. Non sappiamo se un sequestro c’è stato, ma nessuno sembra confermarlo.
Eventualmente, si è trattato di un sequestro lampo. Tracce di sangue, comunque, non ce ne sono. Ci chiedono il perché. Non lo sappiamo.
L’iscrizione del carabiniere nel registro degli indagati è un atto dovuto, ha dichiarato il procuratore della Repubblica di Palmi Ottavio Sferlazza, aggiungendo prontamente che tutto sembra confermare l’ipotesi di una legittima difesa. Bene. Chiediamo alla procura della Repubblica di chiarire se e in che termini sono stati eseguiti i dovuti rilievi sul luogo dell’omicidio. Chiediamo alla procura della repubblica di chiarire se l’assoluta accessibilità dei locali a 48 ore da un omicidio rispetti o violi quello che la legge prescrive in questi casi.
Molte persone, infine, continuano ad affermare elementi importanti, ed almeno parzialmente in contrasto con la versione delle Forze dell’ordine. Chiediamo alla procura della Repubblica se e in che termini è stato garantito l’esercizio del diritto/dovere di testimoniare. Nessuno dei presenti ha dichiarato di essere stato sentito o convocato in procura.
Chiediamo infine, a tutti e a ciascuno, di considerare che Sekine è morto e c’è una verità dei fatti ancora tutta da accertare. Ricordiamo che gli inquirenti hanno il dovere – morale e giuridico – di compiere ogni sforzo al fine di chiarire il più possibile questa verità. Chiediamo a tutti e a ciascuno di giudicare se questo è il modo.

Comitato Verità e Giustizia per Sekine Traore
Acad – Associazione contro gli abusi in divisa Onlus

Chi semina vento raccoglie tempesta

VERITA’ E GIUSTIZIA PER SEKINE TRAORE
Un uomo è un uomo. Una vita è una vita. Un omicidio è un omicidio.
27. Gli anni. Ma non era un universitario fuori corso, come molti suoi coetanei calabresi laureandi in disoccupazione. Fuori sede, sì, ma all’accademia della sopravvivenza per lavoratori stranieri saltuariamente occupati e strutturalmente supersfruttati.
3. le volanti. 2 dei Carabinieri e una della polizia. = 6 agenti? Almeno… 2 per macchina, si suppone. Se non di più. I testimoni riferiscono 7.
?. Il tempo trascorso tra l’arrivo degli agenti e la morte violenta per colpo d’arma da fuoco all’addome. Il comunicato dell’Arma segnala l’orario della rissa ma non quello del decesso e tantomeno quello dell’arrivo delle volanti.
400. Circa. Ancora. Gli ospiti presenti in tendopoli a stagione ampiamente conclusa. Senza soldi senza cibo senza lavoro…
?. Il guadagno medio della stagione e la paga giornaliera media ricevuta da Sekine quest’anno per il lavoro negli agrumeti.
?. I profitti dei grossi magazzini che a Rosarno rastrellano a basso prezzo il prodotto e lo rivendono alla Grande Distribuzione.
?. Quanti marchi illustri del commercio alimentare devono lavare via negli stabilimenti il sangue dei Sekine.
5. Gli omicidi di stato di africani dal 2008 ad oggi, per quanto sappiamo, riferendoci a quanti deceduti di morte non naturale né per cosiddette “dinamiche interne”, ma per superamento della soglia di sopportazione umana – il ragazzo che si è impiccato dietro la famosa “fabbrica” – per negligenza programmata delle istituzioni – i due morti di bicicletta lungo le provinciali senza lampioni percorse dai ghetti al luogo di lavoro – per bassa soglia di resistenza ai rigori dell’accoglienza umanitaria – la persona trovata morta di freddo nei pressi della tendopoli qualche anno fa – per ragioni di ordine pubblico…SEKINE.
?. I feriti dal 2008 – anno della famosa rapina che causò il ferimento grave di due braccianti da parte di criminali locali – al 2010 della rivolta, passando per le aggressioni di quest’inverno e arrivando ad oggi – giorno di lutto e rabbia nella tendopoli di San Ferdinando per la perdita di un fratello, ucciso dallo stato per “incapacità” dello stato a garantire l’incolumità e assistenza chi dà segni di squilibrio – o come scrivono i cc è “in evidente stato di alterazione psicofisica” e secondo le nostre leggi va tutelato e curato, non soppresso.
?. Quanti di noi nati qui nelle stesse condizioni darebbero gravi segni di squilibrio e dopo quanto tempo…
?. Se nella piana di Gioia Tauro, se in Italia, se nel cuore della civilissima Unione Europea un lavoratore immigrato può sperare nella giustizia almeno da morto.
Durante la determinata e partecipata manifestazione organizzata questa mattina dai fratelli di Sekine, che vivono in tendopoli, davanti al Municipio di San Ferdinando (competente territorialmente per il sito), decine di persone riferivano una versione contrastante almeno in parte con quella ufficiale ed esprimevano sconcerto e rabbia per il fatto che le dichiarazioni rese ieri non fossero, a quanto pare, contestuali alle necessarie ed opportune procedure legali. In molti si dichiarano disponibili a testimoniare in qualunque sede. Questo con un enfasi che si accentua alla notizia che, a quanto pare, la procura si sia espressa ieri avallando la versione della polizia.
Non ci interessano i linciaggi. Le responsabilità dei singoli esigiamo che vengano chiarite prima di tutto perché, in mancanza di ciò, ci troveremmo di fronte a una grave minaccia alla libertà e all’incolumità di tutti per un precedente che nel nostro paese sarebbe l’ennesimo, siano le vittime di colore più o meno bianco, più o meno scuro.
LE RESPONSABILITA’ MORALI E POLITICHE PER NOI SONO CHIARE: CHI GOVERNA LA SITUAZIONE, A QUALUNQUE LIVELLO, E CHI CI GUADAGNA… LE PORTA TUTTE.
LE RESPONSABILITA’ GIURIDICHE FAREMO SI’ CHE VENGANO ACCERTATE.
Comitato Verità e Giustizia per SEKINE TRAORE
ACAD – Associazione contro gli Abusi in Divisa Onlus

Tutti assolti! Comunicato di ACAD sulla Sentenza Ferrulli

Ieri, ancora una volta, dentro un’aula di tribunale, siamo stati testimoni dell’ennesima assoluzione a favore delle “forze dell’ordine”.
Tutti assolti i 4 poliziotti che dopo i fatti del 30 giugno 2011 erano imputati per l’ omicidio preterintenzionale di Michele Ferrulli.
La corte d’Assise d’Appello di Milano ha confermato la sentenza di primo grado del luglio 2015: assolti.
Rimangono le grida di Michele che chiedeva aiuto, mentre i 4 agenti sferravano pugni e manganellate sul suo corpo ormai a terra, a soffocare sull’asfalto.
Rimangono le vergogne di un iter processuale che ha fatto trasformare i manganelli in guanti pur di garantire un meccanismo perfetto che ha portato alla totale impunibilità degli agenti coinvolti.
Rimangono la rabbia e il dolore dei familiari che andranno avanti fino alla cassazione.
Noi, con loro, facciamo appello a tutti e tutte, affinché venga diffusa il più possibile la notizia di questa infame sentenza, perché la richiesta di verità e giustizia sia sempre più unanime e perché non accada mai più.
Ancora una volta siamo di fronte a l’evidenza terrificante di uno Stato che assolve se stesso.
Ancora una volta tanta rabbia.
Mentre chi ci governa insiste a non approvare leggi adeguate sulla tortura e numeri identificativi, nelle aule si continuano a servire vergognose sentenze che completano un quadro preoccupante fatto di impunità e attacchi verso familiari e vittime.
Poco prima di questa sentenza, sempre a Milano, sono stati assolti per insufficienza di prove i carabinieri accusati di aver pestato violentemente Luciano Isidro Diaz nella caserma di Voghera il 5 aprile del 2009: anche loro assolti, come se nessuno avesse provocato a Luciano la perforazione dei timpani di entrambi gli orecchi, il distacco della retina con la conseguente perdita della funzione visiva di un occhio e la compromissione grave per l’altro.
Non è stato nessuno.
Come se Michele non fosse morto.
Come se Luciano non fosse invalido a vita.
VERITA’ E GIUSTIZIA PER MICHELE FERRULLI E PER TUTTI GLI ALTRI.
Acad-Onlus

800588605. Punkreas con Acad nella lotta agli abusi in divisa

I Punkreas, la punk band più famosa d’Italia, tornano con un nuovo album “Il Lato Ruvido” e confermano la loro natura profonda di band militante al fianco delle lotte sociali.
Il secondo singolo dell’album, dopo “In fuga” prodotto insieme a Lo Stato Sociale, si intitola “800588605″ come il Numero Verde per denunciare gli abusi in divisa e attivo ventiquattro ore su ventiquattro gestito da ACAD, l’Associazione Contro gli Abusi in Divisa.
Il pezzo, punk tagliente allo stato puro, denuncia senza mezzi termini il problema della violenza dilagante che in Italia sta lasciando morti e feriti nella caserme, nella prigioni e nelle strade. Una violenza contro la quale è necessario dare voce e forza a quegli strumenti, come l’associazione ACAD e il numero verde, utili a difendersi e a costruire solidarietà attiva al fianco delle persone e delle famiglie colpite.
I Punkreas hanno dedicato a questo brano un videoclip per sottolineare l’importanza del messaggio, per sostenere il lavoro di ACAD attraverso la creazione degli AcadPoint in ogni città e aderendo alla campagna di adesione attraverso il sito dell’associazione.
ACAD è una realtà che dal basso presidia i tribunali durante le udienze al fianco delle famiglie, racconta quelle verità scomode spesso oscurate o occultate, organizza manifestazioni e iniziative di sensibilizzazione, costruisce strumenti dal basso per resistere e fare in modo che non accada mai più.
Dopo il videoclip “Figli come Noi” de Il Muro del Canto, ecco un ‘altro pezzo importante della storia della musica che si schiera contro gli abusi in divisa e al fianco di Acad.
Il nuovo disco verrà presentato al Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito di Milano il 22 aprile prossimo, il giorno dopo i Punkreas faranno una seconda data al Centro Sociale Rivolta a Marghera. A sostenere il progetto, un ‘consorzio’ di tre etichette indipendenti: Canapa Dischi, Rude Records e Garrincha Dischi e a distribuirlo Edel Italy/The Orchard. 12 canzoni al vetriolo, abrasive e dal suono travolgente, ma sempre melodicamente irresistibili come nella loro migliore tradizione.
Il disco vanta diverse collaborazioni e featuring importanti: Lo Stato Sociale nel brano In Fuga, Modena City Ramblers nel brano Modena – Milano, Tito Faraci, autore del testo in Picchia più duro e il giovanissimo rapper Shiva, in Va bene così. Sarà proprio il singolo realizzato in collaborazione con i ragazzi de Lo Stato Sociale ad anticipare l’uscita dell’album. Stay tuned.

Da popoffquotidiano.it

Sentenza Uva, vergogna senza fine appello alla mobilitazione

La sentenza di assoluzione, emessa ieri a Varese che assolve gli agenti indagati per la morte di Giuseppe Uva, è di una gravità inaudita.
Giuseppe è stato fermato illegalmente, sequestrato e pestato.
Giuseppe era un uomo semplice, morto mentre era nelle mani dello Stato.
ACAD non accetta questa sentenza, non subirà in maniera passiva questa ingiustizia come crediamo non debba farlo il paese tutto.
Crediamo che ancora di più oggi vada gridata quella verità scomoda che Lucia non ha mai smesso di raccontare nelle aule di tribunale, nelle piazze e nelle strade fino al Parlamento Europeo lo scorso 15 Marzo.
Non accettiamo questa sentenza “A SORPRESA” orchestrata ad arte solo per impedire che ci fossero centinaia di persone e decine di associazioni a sentire insieme a Lucia questa vergognosa ingiustizia.
Chiediamo a tutti e a tutte di mobilitarsi innanzitutto sui social network postando la propria foto con scritto “#sappiamochièstato Giustizia per Giuseppe Uva” e inviarle alla pagina facebook di ACAD.
Inoltre chiediamo a tutte le realtà sociali di comunicare con ogni mezzo possibile la gravità di questa sentenza, le modalità con cui è stata emessa e il pericoloso precedente che rappresenta.
E’ tempo di rompere tutti silenzi, di ribellarsi all’impunità dilagante, di difenderci contro questa violenza inaudita.
Per difenderci tutti e tutte, per Giuseppe e tutte le vittime di abusi in divisa.

ACAD Associazione Contro gli Abusi in Divisa

Intervento di Acad al Parlamento Europeo

Intervento di Luca Blasi di Acad all’audizione sugli abusi delle forze dell’ordine italiane ospitata quest’oggi dal Parlamento Europeo

Questa audizione di oggi è una tappa importante di un percorso.
Un percorso che ha due direttrici preponderanti, l’una affianco all’altra. Due percorsi che parlano di dolore e di dignità.
Innanzitutto il dolore. Parliamo di cittadini uccisi mentre erano nelle mani dello Stato. Dolore, perché dopo averli uccisi una volta hanno provato ad uccidere anche il loro ricordo, spesso raccontando a mezzo stampa tante bugie per giustificare quelle morti. Dolore, perché in Italia è davvero molto difficile avere giustizia. Dolore, perché volte è difficile anche solo chiedere giustizia.
La dignità la troverete nelle voci di chi è venuto a portarvi queste storie di abusi in divisa. Dentro ognuna di queste storie c’è un pezzo del nostro paese, della violenza che lo attraversa. La dignità di chi ha dovuto fare gesti faticosi e difficili, di chi ha dovuto farsi forza e invece che chiudersi nel proprio dolore. Di chi ha dovuto alzare la testa e gridare la verità, nonostante intorno tanti politici, tanti giornalisti e tanti magistrati non volessero ascoltarla.
La dignità di molte realtà come Acad che giorno dopo giorno sostengono dal basso questa resistenza civile, che lotta per la verità e giustizia ma soprattutto perché non accada mai più.
Oggi siamo venuti a dirvi che l’Italia, paese membro dell’Unione europea, tortura i suoi cittadini nelle carceri e nelle caserme. Che sempre di più si fa un uso dei Trattamenti sanitari obbligatori in maniera criminale. Potrete leggere nel dossier che abbiamo preparato come è potuto accadere che tutta la formazione delle forze dell’ordine sia basata su di un modello fascista: la sopraffazione e il cameratismo sono gli aspetti principali e fondanti dell’essere agenti e militari.
L’Italia non ha mai introdotto nel proprio codice penale il reato di tortura. Nei rari tentativi in cui alcuni esponenti politici hanno avanzato delle proposte di legge abbiamo visto manifestazioni dei principali sindacati di polizia. Alti esponenti sindacali hanno dichiarato: “Se approvate questa norma sulla tortura non possiamo più lavorare”. Sono gli stessi sindacati che accolgono applaudendo gli agenti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi, un giovane ragazzo di Ferrara arrestato senza nessuna colpa, pestato e poi ucciso da una manovra di arresto criminale.
Tutto ciò dopo che l’Italia ha conosciuto la vergogna del G8 di Genova, che Amnesty ha definito come “la più grave sospensione dei diritti umani avvenuta in Europa dal dopoguerra”. Lo stesso teatrino dei sindacati di polizia lo vediamo ogni volta che si parla di numero identificativo sulle divise degli agenti in modo da poter accertare la responsabilità personale.
Non siamo di fronte a un problema che riguarda “qualche mela marcia”. Non si tratta del comportamento sconsiderato di pochi agenti. È un sistema che coinvolge le forze dell’ordine, la magistratura e la politica del nostro paese.
Siamo consapevoli di essere portatori di una verità scomoda, ma vi chiediamo di ascoltarla. Perché pensiamo che sia giunto il momento di lanciare un allarme democratico. Proprio quattro giorni fa, un servizio televisivo di una televisione italiana ha dimostrato, per voce di torturati e torturatori, come nelle carceri del nostro paese si faccia quotidiano uso della tortura, della contenzione e della punizione corporale. Si tratta della abituale e normale gestione dell’ordine carcerario, esistono veri e propri luoghi dove esercitare queste pratiche.
Questa verità sta emergendo anche dalle carte di pochi coraggiosi pubblici ministeri. Coraggiosi, perché processare appartenenti alle forze dell’ordine e istituire i processi che li riguardano in Italia è difficile come e forse di più che processare i mafiosi. Lo spirito di corpo, il cameratismo, l’appoggio politico e la paura di molti magistrati di perdere un rapporto sereno con gli agenti con cui devono collaborare magari per altre indagini producono una copertura delle violenze.
Ma qualcosa sta cambiando, sempre di più la gente sta capendo che la violenza cieca e indiscriminata colpisce tutti, che l’impunità rischia di strappare altre vite e fomentare altra violenza.
Per questo siamo qui. Perché anche in Europa si sappia che l’Italia, paese membro dell’Unione europea, ha un problema democratico serio che va affrontato al più presto, con misure urgenti che mandino un segnale chiaro alle forze dell’ordine: basta violenze, basta impunità, basta coperture.
Dedichiamo questa nostra audizione ad un nostro concittadino: a Giulio Regeni, che amava la verità ed e stato ucciso anche lui da chi pratica omicidi e torture coperto dalla divisa ufficiale o no di uno Stato. A lui e alla sua famiglia va il nostro più profondo abbraccio.