ACAD

-Associazione Contro gli Abusi in Divisa – ONLUS –

Caso Uva, il colpo di spugna della pubblica accusa

La pm di Varese chiede l’assoluzione con formula piena degli otto, tra agenti di polizia e carabinieri, imputati per l’omicidio preterintenzionale di Giuseppe Uva
di Ercole Olmi popoffquotidiano.it

In due ore scarse la pm di Varese ha sostanzialmente liquidato il caso Uva, morto il 14 giugno del 2008. La requisitoria, infatti, s’è conclusa chiedendo l’assoluzione con formula piena dei carabinieri e degli agenti di polizia, in tutto otto imputati di omicidio preterintenzionale, perché non ci sarebbe prova delle percosse quindi nemmeno si porrebbe il nesso causale tra queste e il decesso dell’uomo avvenuto alcune ore dopo, il fermo in ospedale. Il pm ha voluto stroncare – almeno ci ha provato visto che le controdeduzioni della parte civile proveranno a smontarne il ragionamento il prossimo 29 gennaio – le perizie sulla causa di morte che i periti hanno individuato nella tempesta emotiva scatenata da percosse contenzione e stato alcolemico di Giuseppe Uva, la cosiddetta teoria del trigger. Tutto dentro un ragionamento che ha scelto, tra quelli forniti dalle testimonianze, solo gli argomenti non contraddicono la tesi assolutoria, il colpo di spugna su una oscura vicenda di malapolizia. Tra i passaggi più clamorisi quello in cui la pm ha sostenuto che Uva è stato arrestato ma solo momentaneamente privato della libertà per tutelare la sua salute e non continuasse a delinquere. Altrimenti c’era il rischio che si facesse male? Più male di come s’è sentito nelle mani di otto tutori dell’ordine, stando alla testimonianza dell’amico fermato con lui quella notte.
E nemmeno ci sarebbe la prova che i pantaloni sporchi di sangue, consegnati da Lucia Uva, la sorella dell’uomo morto, fossero gli stessi indossati quella sera. Lucia, inoltre, avrebbe toccato impropriamente il cadavere. Il processo rischia di rovesciarsi sulle vittime. L’unica consolazione, come segnala Fabio Ambrosetti, legale della famiglia Uva, l’ammissione che il pm in carica fino allo scorso anno, Agostino Abate, non ha fatto a suo tempo le indagini dovute.
Erano le 2,55 del 14 Giugno 2008, si può leggere sul sito di Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa che anche stamattina era presente in aula con alcuni attivisti: in una stanza del comando provinciale dei carabinieri di via Aurelio Saffi si trovava Giuseppe Uva denunciato a piede libero insieme al suo amico Alberto Biggiogero per “disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone.” Giuseppe quella sera era in giro per la città con il suo amico Alberto Biggiogero. Un po’ alticci i due arrivano all’altezza di via Dandolo e per goliardia spostano alcune transenne con l’intenzione di chiudere la strada al traffico. Ridono, urlano, fanno confusione, troppo per gli abitanti del quartiere che chiamano i carabinieri. Sul luogo arriva una gazzella con a bordo il brigadiere Paolo Righetto e l’appuntato capo Stefano Dal Bosco. La fase del fermo e dell’arresto – raccontata da Biggiogero – discorda con quella messa a verbale: all’arrivo della gazzella il brigadiere Righetto scende dalla macchina urlando: ”Uva proprio te cercavo stanotte, questa non te la faccio passare liscia, questa te la faccio pagare!”. Inizia quello strano inseguimento a piedi tra Uva e il brigadiere che quando lo raggiunge lo scaraventa a terra e comincia a malmenarlo. Alberto interviene ma viene spinto via e finisce addosso all’altro agente che lo schiaffeggia accusandolo di averlo urtato volontariamente. Nel frattempo Uva viene trascinato verso la gazzella e scaraventato sui sedili posteriori. Il brigadiere continuava a inveire contro di lui prendendolo a calci e pugni. Giuseppe chiede aiuto ma Alberto non può intervenire in quanto immobilizzato dal secondo agente. In quel frangente arrivano due volanti della polizia e viene intimato a Biggiogero di salire in macchina. Lui chiede di andare con il suo amico ma la polizia, per tutta risposta gli mostra il manganello e gli chiede se abbia voglia di provarlo. A quel punto la gazzella con Giuseppe parte e Alberto non vedrà più il suo amico vivo, il peggio deve ancora arrivare. In caserma Alberto sente distintamente le urla dell’amico, ogni volta che chiede di smetterla con il pestaggio viene minacciato dagli agenti fino a che non decide di chiamare il 118 dal suo cellulare per richiedere un ambulanza. L’operatore del 118 dice ad Alberto che avrebbe mandato l’ambulanza ma al termine della telefonata anziché inviare il mezzo il 118 chiama la caserma per avere conferma. Gli viene risposto che non c’è bisogno di alcuna ambulanza e che la chiamata è stata effettuata da due ubriachi a cui adesso avrebbero tolto il cellulare. Alle 6 sono gli stessi carabinieri a chiamare il 118 per far portar via Giuseppe Uva. Alle 11.10, otto ore dopo l’arresto e quattro dopo il ricovero Uva è un uomo morto.

Processo Cucchi: aggiornamento del 15 dicembre

AGGIORNAMENTI PROCESSO CUCCHI: Per la morte di Stefano Cucchi, arrestato il 15 ottobre 2009 e deceduto dopo una settimana all’ospedale Pertini di Roma, la Cassazione ha annullato l’assoluzione di 5 medici, disponendo un appello-bis per omicidio colposo. Definitivamente assolti tre agenti della polizia penitenziaria, tre infermieri del ‘Pertini’ e un sesto medico.
Ora la Corte d’assise d’appello di Roma dovrà riesaminare, solo per l’accusa di omicidio colposo, la responsabilità del primario del reparto protetto del Pertini Aldo Fierro e quella dei medici Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis e Silvia Di Carlo. E’ definitiva, invece, l’assoluzione della dottoressa Rosita Caponetti. La Suprema corte inoltre ha confermato le assoluzioni di 3 infermieri e di 3 agenti della penitenziaria e preso atto del ritiro di un ricorso della parte civile.

Aldrovandi, archiviata la denuncia del Coisp a Patrizia Moretti

Il Gip di Ferrara archivia la querela del capo dei Coisp contro la mamma di Federico Aldrovandi. Il 25 e 26 settembre iniziative a Ferrara nel decennale dell’omicidio
di Ercole Olmi popoffquotidiano.it

Archiviata la denuncia del Coisp, sindacatino di polizia (nel senso di minoritario), precisamente del suo capo Maccari, contro Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, ucciso a diciotto anni da quattro poliziotti. Maccari si inalberò parecchio, a luglio del 2014, quando la Moretti lo definì uno stalker spiegando che percepiva “come una tortura puntuale, cioè continua” le continue attenzioni che il sindacalista le rivolgeva. Perle di umanità, da parte di Maccari, come quando l’accusava di “trincerarsi dietro il dolore del lutto per infierire sugli altri senza argomentazioni valide”, oppure di “spargere veleno a profusione sul Coisp” solo perché il sindacatino in questione aveva organizzato una manifestazione di solidarietà con i quattro autori dell’omicidio Aldrovandi proprio sotto le finestre del Comune di Ferrara, ossia il luogo di lavoro di Patrizia Moretti. Per il Coisp ogni critica è “sparare a zero senza controllo basandosi su argomentazioni fasulle”. Bene, secondo la giudice Silvia Marini, gip a Ferrara: “le modalità espressive erano proporzionate e funzionali all’opinione, in considerazione degli interessi e dei valori che si ritenevano compromessi”; le “espressioni potenzialmente diffamatorie erano strettamente riferibili al comportamento del soggetto passivo oggetto di critica, potendo inquadrarsi come reazione difensiva del soggetto ingiustamente attaccato” e “non si sono tradotte in mera aggressione verbale del soggetto criticato”. Niente reato, signor Maccari. Fra una settimana, il 25 settembre, migliaia di persone parteciperanno a Ferrara alle commemorazioni per il decimo anniversario dell’omicidio. Migliaia di persone saranno ancora vicine a Patrizia, Lino e Stefano, genitori e fratello del ragazzo ucciso senza motivo da quattro agenti condannati in via definitiva e difesi a oltranza da piccole e grandi sigle del sindacalismo di polizia.

Aggiornamenti processo Bifolco 23 luglio

Secondo Aggiornamento:
Sentenza rinviata per la presentazione di nuove prove da parte dell’avvocato dell’accusa Fabio Anselmo.
La prossima udienza, nella quale si deciderà se accogliere o meno le nuove prove, è stata fissata per il giorno 1 ottobre.
VERITÀ E GIUSTIZIA PER DAVIDE!

I aggiornamento: Sentenza prevista per le ore 14. Presenti a fianco della famiglia Bifolco anche Ilaria Cucchi e Claudia Budroni

AGGIORNAMENTI PROCESSO MASTROGIOVANNI

[articolo di Grazia Serra]
Si è svolta oggi una nuova udienza del processo d’appello per il decesso di Francesco Mastrogiovanni.
Le arringhe oggi di quattro avvocati della difesa.
Il primo a prendere la parola è stato l’avvocato Torrusio, difensore degli infermieri De Vita e Cortazzo. Il legale ha sottolineato, in difesa dei propri assistiti, che al momento della coercizione i medici erano sempre presenti in reparto. “Non capita mai che gli infermieri applichino le fascette di contenzione di loro iniziativa”. Il legale ha parlato di uno stato di agitazione evidente del paziente al momento dell’ingresso in reparto e anche successivamente, per giustificare l’applicazione delle fasce di contenzione.
Il paziente sarebbe stato contenuto anche per evitare cadute dal letto, in quanto i farmaci, che gli erano stati somministrati, causavano uno stato di semi-coscienza. “Se Mastrogiovanni non fosse stato contenuto sarebbe caduto dal letto”. Quindi, si ribadisce l’applicazione di una contenzione precauzionale, non ammessa però, dalla Legge. “L’uso della contenzione era uno strumento coadiuvante alla terapia farmacologica somministrata al paziente”. Secondo l’avvocato Torrusio, la contenzione applicata al paziente era un modo per proteggerlo. “In quel reparto era sempre stata utilizzata, anche nei precedenti ricoveri del Mastrogiovanni”. Non c’è un’anomalia, secondo l’avvocato, nel momento in cui il medico ordina agli infermieri l’applicazione delle fascette di contenzione. “È un ordine che loro ritengono consono alla salute del paziente, indipendentemente dall’essere legittimo l’ordine o illegittimo, loro agiscono perché nel loro bagaglio di esperienza quel sistema protegge la salute del Mastrogiovanni” aggiunge l’avvocato Torrusio.
L’avvocato Avallone, difensore dell’infermiere Tardio, denuncia il processo mediatico, come sostenuto nella precedente udienza anche dall’avvocato Bellucci, e sostiene di esserne stato una delle principali vittime avendo ricevuto “accuse da parte di certi personaggetti”. Critica anche il ruolo dell’ASL che si è costituita parte civile contro medici e infermieri.
L’udienza è stata trasmessa in diretta da Radio Radicale. È possibile riascoltarla al seguente indirizzo http://www.radioradicale.it/…/processo-michele-di-genio-alt…
Le prossime udienze saranno il: 18 settembre, 27 ottobre, 3 e 6 novembre. Erano presenti, oggi in aula, al fianco della famiglia Mastrogiovanni e del “Comitato Verità e Giustizia per Franco Mastrogiovanni” rappresentanti di Acad, Associazione contro gli abusi in divisa. Presenti anche Gianfranco Malzone, fratello di Massimiliano, deceduto lo scorso 8 giugno nel reparto psichiatrico di Sant’Arsenio e Osvaldo Casalnuovo, papà di Massimo. Il processo d’appello per il decesso di Massimo Casalnuovo riprenderà domani presso il Tribunale di Potenza alle ore 9.

Processo Uva: aggiornamento 8 giugno

AGGIORNAMENTO PROCESSO UVA:
Stamani i periti che dovevano deporre non si sono presentati quindi è stato tutto rimandato al 7 luglio.
Hanno ascoltato brevemente la dott.ssa Vignali per la consulenza tossicologica, la quale ha confermato che l’esame fatto sul corpo di Uva era negativo alle droghe mentre era positivo all’alcol.
Le prossime udienze saranno così organizzate:
– 12 giugno (verrá ascoltata la parte civile, la famiglia Uva)
– 3 luglio (testimoni della difesa)
– 7 luglio (periti che non sono stati ascoltati oggi)
– 17 Luglio (testimoni e consulenti richiesti dal PM)
VERITÁ GIUSTIZIA PER GIUSEPPE UVA!