ACAD

-Associazione Contro gli Abusi in Divisa – ONLUS –

Archivia 21 Luglio 2026

Abderrahim Fakir: un’altra morte nelle mani dello Stato

Abderrahim Fakir è morto nelle mani dello Stato.
E, come raccontiamo da quasi 13 anni, è l’ennesima morte che avviene in presenza delle forze dell’ordine.
Un video in realtà mostra bene cos’è successo: Abderrahim non è morto per una fatalità, ma perché costretto in un fermo che, per come eseguito, ne ha evidentemente bloccato il respiro. Siamo purtroppo abituati alla narrazione che segue queste tragedie, anche alla narrazione delle sentenze che vengono depositate chiudendo ogni spiraglio di verità su questi casi. E pensiamo così a Riccardo Magherini, la cui vicenda giudiziaria si concluse con un’assoluzione di chi lo pestò e soffocò fino alla morte “perché il fatto non costituisce reato”, nonostante prove audiovisive che avevano registrato Riccardo dire “sto morendo, aiutatemi”.
Molto simili le parole di Abderrahim mentre era costretto a terra da due poliziotti, guardato a distanza da due sanitari: “basta, aiuto”.
Ora restiamo in trepidante attesa di ascoltare le spiegazioni secondo cui sarà stato un arresto cardiaco, che è stato favorito da chissà quale patologia pregressa della vittima. Pronti alle olimpiadi dello sport più praticato: l’accusa della vittima e l’assoluzione del carnefice.
La Procura di Bologna ha già sfoderato il nuovo scudo penale, il modello 45 bis, ossia il “Registro per le annotazioni preliminari del nome della persona cui è attribuito il fatto compiuto in presenza di una causa di giustificazione” per registrare tra gli indagati i poliziotti e i sanitari.
Alcuni politici si stanno già sperticando, senza se e senza ma, a difesa dell’operato delle forze dell’ordine, rimarcando tra l’altro il doppio standard che è essenza pura di un certo pensiero, quello che porta a giustificare l’essere forte coi deboli e deboli coi forti.
E infine certi media hanno iniziato con la narrazione dell’energumeno, dell’uomo grande e quindi contenibile solo in quel modo, con il risultato di dare un’immagine bestiale della vittima.
Ecco come si monta quella narrazione che porta all’autoassoluzione dello Stato e del potere.
Non serve chiamare in causa episodi simili ma lontani, come il caso di George Floyd. Citare quanto accade fuori e non in casa nostra aumenta solo la polvere che si vuole nascondere sotto al tappeto, senza affrontare un problema che è ben radicato nella storia del nostro paese. Sono anni che è evidente. Lo è in storie simili a questa di Abderrahim, quando una precisa manovra di fermo e blocco della persona portano alla morte. Ricordiamo, oltre a Riccardo Magherini, Michele Ferrulli, Arafet Arfaoui, o Andrea Soldi. Lo è anche, per lo sviluppo giudiziario, politico e mediatico nelle vicende di tanti altri morti in presenza di uomini in divisa: Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Carlo Lattanzio.
Vittime tutte di un sistema che schiaccia, che opprime e soffoca, che si addestra e si arma per andare nella giungla urbana che ormai viene dipinta come contesto di guerra emergenziale. Dove il nemico è un soggetto bestiale e ogni pratica di costrizione è legittimata.
Come ACAD ci schieriamo accanto alla famiglia, garantendo tutto il supporto che possiamo e sappiamo dare.
Chiediamo verità e giustizia come chi, in queste ore, sta riempiendo le piazze: da Bologna (dove la polizia ha caricato il corteo, cui va la nostra solidarietà), a Torino e altrove in queste ore: non sono solo slogan, ma fatti concreti. Serve demolire il muro di omertà e vittimizzazione secondaria, aprire un dibattito sulle cause strutturali della violenza dello Stato; è necessario dare ascolto alla famiglia, agli amici e alle amiche, alle comunità che nonostante il terrore seminato quotidianamente dalle forze dell’ordine alzano la testa.