Abusi in Divisa, le storie di ACAD

MARIO SCROCCA il 1 maggio 1987 alle 21.30 viene dichiarata, dai medici del S. Spirito di Roma, la morte di Mario Scrocca. Era stato prelevato il giorno prima da casa, accusato di un pluriomicidio avvenuto quasi dieci anni prima; su sua espressa richiesta durante l’interrogatorio era stato sottoposto a vigilanza a vista. Il ragazzo (27 anni) costretto in isolamento era sorvegliato con la cella aperta. Per un “errore” nel cambio di consegna degli agenti penitenziari, la sorveglianza a vista si trasforma in controllo ogni dieci minuti dallo spioncino. Alle 20 del primo maggio, orario del cambio di guardia, gli agenti trovano il giovane impiccato, non in una cella antisuicidio, ma in una cella anti impiccagione. Riuscì ad impiccarsi per uno scarto di 2 millimetri usufruendo dello spazio del water, incastrando la cima del cappio nella finestra a vasistas, cappio confezionato con la federa del cuscino scucita e legata alle estremità con i lacci delle sue scarpe (che erano stato confiscati insieme alla cintura al momento della carcerazione); lacci che torneranno magicamente sulle scarpe del ragazzo (uno regolarmente allacciato) quando arriverà al S.Spirito.

I primi soccorsi vengono effettuati direttamente a Regina Coeli, sembra, nella stessa cella, poi il detenuto viene portato all’ospedale che dista circa 500 metri dalla casa circondariale, che purtroppo sono contromano, 1.6 km per un tempo stimabile al massimo in 10 minuti. Il trasporto avverrà nel portabagagli di una 128 Fiat familiare, anziché sull’autoambulanza di servizio del carcere. Due agenti di custodia e un maresciallo, senza alcuna presenza del medico che avrebbe dovuto prestare teoricamente il primo soccorso; appare evidente ai sanitari dell’Ospedale che nulla è stato tentato per salvare Mario. Arriverà al S. Spirito alle 21.00 già cadavere. Non sarà permesso ai familiari (avvisati per altro al telefono e senza qualificarsi) di vedere il corpo fino alle 6 del mattino successivo, che non presenta tracce di lesioni se non per l’enorme ematoma sulla spalla destra e sul collo, solcato da larghi e profondi segni, dichiarati dagli stessi sanitari, non prodotti da stoffa.

Tre giorni dopo la morte di Mario, il Tribunale del Riesame revocherà il mandato di cattura. Dopo la costituzione come parte civile, nel procedimento aperto contro ignoti, della moglie, spariranno tutti i fogli di consegna, di ricovero e requisizione degli oggetti al momento dell’arresto. A distanza di un anno il procedimento si chiuderà in primo grado senza responsabili se non lo stesso giovane.

L’accaduto è sempre stato volutamente nebuloso fin dall’arresto su dichiarazioni di una pentita che all’epoca dei fatti aveva 14 anni, dichiarazioni non di scienza diretta, ma di natura di relato proveniente da persona non rintracciabile e soprattutto al disconoscimento fotografico di Mario da parte della stessa pentita. Passando per le irregolarità nella carcerazione, nella morte del giovane e nei referti autoptici. Nessuno ha mai dato risposte se il giovane sia “stato suicidato” o se sia stato istigato al suicidio, reato che all’epoca non esisteva.La responsabilità “reale” di quel giovane è stata avere un nome troppo comune, una famiglia, un bimbo di due anni, un lavoro stabile, essere uno dei fondatori delle RdB del settore sanitario, amare il suo lavoro, la sua vita e le sue convinzioni politiche.

@Lapresse20/04/2011 ,Brescia,italia Cronacafesta del centenario del Brescia CalcioNella foto : paolo scaroni , il ragazzo picchiato dalla polizia ; in questi giorni si sta tenendo il processo

PAOLO SCARONI
I segni della terribile violenza subita da Paolo sono ancora evidenti: invalidità civile, occhi spenti, ecolalia, un grave disturbo del linguaggio che porta a ripetere due o tre volte le parole involontariamente e la gamba destra che non funziona quasi più.
I fatti risalgono al 24 settembre 2005 in occasione del match Verona – Brescia, partita a rischio per la rivalità tra le due tifoserie. Quel giorno però sembra tutto filare liscio anche se la tensione è palpabile.
I veri problemi iniziano nel dopopartita alla stazione ferroviaria di Verona dove, dopo una prima fase di relativa tranquillità, la polizia lancia una carica “a freddo” contro i tifosi del Brescia. Non si è mai capito il motivo di quella carica. La situazione, come provato dalle telecamere e dalle testimonianze, non presentava alcun tipo di criticità. La questura parla di ultras che occupavano i binari, tesi smentita dalle testimonianze dei macchinisti e del personale di un treno. Fatto sta che la carica parte. Per terra rimane Paolo Scaroni stordito prima con lo spray urticante, illegale, poi selvaggiamente picchiato con pugni e manganelli. Finito il pestaggio il ragazzo riesce a scappare sul treno; pochi minuti, il tempo necessario a raccontare l’accaduto agli amici, poi perde i sensi. I soccorsi arrivano in ritardo perché la polizia chiama il 118 segnalando un codice giallo 2, niente di grave. Una volta sul posto gli operatori del 118 attivano il codice rosso 3 ovvero paziente in condizioni critiche. La questura dichiarerà che Scaroni è rimasto ferito da un sasso lanciato dai tifosi.
Paolo rimane in coma per due mesi e al risveglio si rende conto che i suoi ricordi partono dal pestaggio. Dei suoi 34 anni di vita non ha più memoria. Infanzia, adolescenza, lavoro, fidanzata: tutto è svanito. Comincia un calvario fatto di riabilitazioni, visite mediche e lunghe visite dal logopedista. E poi i suoni e i rumori che nel suo cervello danneggiato rimbombano in maniera insostenibile; la gamba claudicante, le cicatrici sul cranio. Per tutto questo gli viene riconosciuta una pensione di invalidità di appena 280 euro.
Si arriverà ad un processo che vedeva indagati otto celerini del reparto di Bologna, processo che è stato l’ennesima beffa per Paolo. Gli imputati sono stati assolti perché il fatto non sussiste. In mancanza del numero identificativo sulla divisa non si sono potuti riconoscere con certezza gli aggressori di Paolo.

EMMANUEL BONSU

Tardo pomeriggio del 29 settembre 2008 a Parma. Nel parco Falcone e Borsellino Emmanuel venne aggredito da quattro vigili in borghese. Gli agenti erano convinti di aver acciuffato un pusher. Quel giorno i poliziotti della municipale si erano appostati, avevano concordato gesti di intesa e quando sono riusciti a mettere le mani sul sospettato non hanno badato al capello: giù con calci pugni e sberle alla cieca. Immobilizzato con un piede in testa e la pistola puntata. Le botte hanno fracassato ad Emmanuel l’orbita sinistra. Botte durante il trasporto al commissariato e botte anche durante l’interrogatorio, il tutto condito da continui insulti razzisti. Uno degli agenti si fece fotografare con Bonsu sanguinante ed ammaccato per i colpi ricevuti. Nei giorni successivi venne portata al giovane ghanese una busta contenente le notifiche degli atti relative al suo fermo su cui c’era scritto “Emmanuel negro”.
Una testimone che ha assistito alla scena racconterà: “Ho sentito urlare. C’era quel ragazzo per terra con quattro uomini e una donna che lo tenevano fermo. Uno di quel gruppo, racconta la donna, gli ha dato un calcio nel fianco e lui ha urlato. Ho visto che lo portavano via e uno degli uomini è salito sulla sua bici. Il ragazzo ha urlato: ”perché mi portate via la bicicletta?”. A quel punto uno degli agenti gli ha dato un altro pugno nel fianco gridandogli di stare zitto. Gli otto agenti accusati di sequestro di persona, lesioni, insulti razzisti e minacce sono stati tutti condannati con pene che vanno dai sette anni e nove mesi al vigile che si è fatto ritrarre nella foto con Emmanuel dopo il pestaggio, ai due anni (pena sospesa per la condizionale). Delusa la parte civile che rappresentava Bonsu che si è vista sì riconoscere un diritto al risarcimento del danno e una provvisionale di 135 mila euro ma si è vista respingere dal tribunale la richiesta di riconoscere il comune di Parma responsabile civile per quanto accaduto al ragazzo.

LUCIANO ISIDRO DIAZ
La perdita quasi totale di un occhio, l’abbassamento dell’udito, la ridotta mobilità di un braccio, un ematoma che investe quasi tutta la schiena e il torace: sono queste le lesioni riportate da Isidro Luciano Diaz in seguito a un presunto pestaggio nella caserma dei carabinieri di Voghera. I carabinieri affermano che Luciano non si sarebbe fermato al posto di blocco e che dopo aver fatto il gesto dell’ombrello agli agenti si sarebbe dato alla fuga. Una volta fermato sarebbe sceso dall’auto minacciando i carabinieri con un coltello. I due agenti si sono visti obbligati a intervenire con la forza e una volta in caserma parlano del fermato come una persona violenta e ingiuriosa in evidente stato di ubriachezza.
Isidro Diaz è un gaucho, un domatore di cavalli argentino. Il giorno del suo arresto era reduce da una sessione di rodeo sportivo. Luciano è una persona molto amata sia nell’ambito sportivo che in quello personale. Lo dimostra l’altissimo numero di testimonianze a suo favore da parte di amici e conoscenti. Tutti sostengono che Diaz il giorno del rodeo non poteva essere ubriaco, perché sarebbe stato squalificato dai giudici di gara. Nella sua deposizione Luciano dice di aver svolto regolarmente il rodeo ed essere arrivato secondo in due diverse specialità. Una volta finita la gara il suo unico pensiero era quello di tornare a casa dai suoi animali e un po’ per la stanchezza e un po’ perché sovrappensiero non avrebbe visto la paletta dell’agente al posto di blocco. A quel punto parte un inseguimento. Appena la volante lo raggiunge e lo blocca sulla corsia di emergenza Luciano scende con il coltello in mano con la chiara intenzione di consegnarlo agli agenti (ogni gaucho ha un coltello in dotazione, si usa per lavorare con i cavalli, per pulire gli zoccoli o per tagliare le redini che si imbrigliano). Il gesto viene frainteso e scatena la violenta reazione dei carabinieri. Botte sull’autostrada, botte in auto lungo il tragitto e per finire botte in caserma. Il tutto condito d minacce di morte e insulti a sfondo razzista.

FILIPPO NARDUCCI

La storia che raccontiamo è l’esempio più classico dell’esistenza nel nostro paese di un reato di cui si fa un uso troppo spesso arbitrario, che porta a molte condanne e da cui è sempre difficile difendersi: la resistenza a pubblico ufficiale. L’ennesima vicenda che è solo una tra le tante riguarda Filippo Narducci, trentenne di Cesena che il 9 aprile 2010 viene fermato da una pattuglia della polizia nei pressi di un bar. La scena si svolge nella più totale calma, tanto che Narducci tiene per tutto il tempo le mani in tasca, segno che di certo le sue parole e i suoi modi non erano né alterati né minacciosi. Accade invece il contrario: l’agente che accusa Narducci di averlo spintonato è proprio quello che sferra un pugno in pieno volto all’uomo. Gli altri poliziotti si avvicinano e Narducci, nonostante il comportamento aggressivo degli agenti, non prova a scappare ma solo a difendersi fino a che non viene buttato a terra e ammanettato. La differenza con altre vicende simili sta nel fatto che la scena è stata riprese dalle telecamere di sicurezza del distributore di fronte al locale. Questo elemento, pur se tra molte difficoltà, rappresenta un primo passo per tentare una ricostruzione oggettiva della vicenda.

STEFANO GUGLIOTTA
L’ 8 maggio 2010 il programma “Chi l’ha visto?” diffonde il video di un gruppo di celerini intento a pestare due ragazzi su un motorino. Siamo a Roma Nord, quartiere Flaminio nel dopo partita di Roma – Inter e la sconfitta dei giallorossi ha scatenato la rabbia dei tifosi che ingaggiano un violento scontro con la polizia. Nei paraggi di via Pinturicchio, una delle vie nei dintorni dello stadio, circola una squadra di celerini a caccia di tifosi in fuga o nascosti. Stefano Gugliotta, 21 anni, transita proprio in quel momento a bordo di uno scooter insieme a un amico. Un poliziotto del reparto mobile, a piedi, gli taglia la strada e lo ferma. Senza alcun preavviso comincia a colpirlo col manganello e a tempestarlo di pugni. L’amico scappa terrorizzato e lascia Gugliotta in balia del celerino. Arrivano altri poliziotti, lo circondano e continuano. Al quinto piano di un condominio, un uomo riprende la scena con il cellulare; le immagini sono confuse e mosse, ma si sentono distintamente le urla dei poliziotti, i colpi di manganello, le implorazioni di Stefano che supplica di smetterla. Altri residenti affacciati protestano vigorosamente, ma i poliziotti non accennano a smetterla. Dopo pochi minuti Stefano si ritrova ammanettato in un furgone della polizia penitenziaria in stato di arresto e condotto in carcere.
Per una settimana i suoi genitori non sapranno nulla di lui, se non che sul figlio pende una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale e che, di questi sette giorni, ne ha trascorsi tre in isolamento.
Dal punto di vista legale su Gugliotta pende l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale: nello specifico, è accusato di aver iniziato lui la colluttazione, circostanza clamorosamente smentita dal video. Ci vorranno diversi giorni prima che la Procura riconosca che Gugliotta è stato vittima di un abuso da parte di un agente di polizia che, come mostrano le immagini, ha deliberatamente colpito il giovane con un pugno in faccia.

FABIANO DI BERARDINO
22 anni, ricoverato al Centro Traumatologico di Torino con ulna e radio spezzati e il naso fratturato. Racconta: “Sono stato massacrato di botte, mi hanno sputato in faccia e persino versato un bicchiere di urina addosso quando già ero steso sulla barella”. Parla di una carica violentissima delle forze dell’ordine, prima di finire in quelle condizioni: “Non siamo stati noi a scatenare l’assalto; noi abbiamo reagito al lancio di lacrimogeni ad altezza uomo”. Parla di violenze mentre aspettava di essere trasportato in elisoccorso al Cto: “A un certo punto ho implorato che la smettessero. Urlavo “basta!” mentre a turno, passandomi accanto, mi colpivano con calci e pugni in faccia”.Di Berardino è il ferito più grave fra i manifestanti No Tav presenti il 3 luglio 2011. “Il medico della polizia teneva lontani gli agenti perché aveva capito la gravità delle mie condizioni e aveva intuito che mi avrebbero ammazzato,se qualcuno non li avesse tenuti a distanza. Ma bastava che il medico si allontanasse anche solo un istante perché qualcuno delle forze dell’ordine venisse verso la mia barella e mi colpisse di nuovo”.

VITTORIO MORNEGHINI
Brutalmente percosso un uomo di 63 anni a Milano. Per questo due poliziotti di 25 anni sono finiti in manette e dovranno rispondere di gravi capi d’accusa: falso ideologico perché hanno dichiarato che il 63enne era caduto a seguito di una spinta e calunnia per aver detto di essere stati aggrediti dall’uomo. I due sono stati incastrati dalle immagini delle telecamere poste nel luogo dove è avvenuto il pestaggio. I due poliziotti hanno provocato alla vittima un “fracasso di faccia”, lo si legge nell’ordinanza firmata dal Gip Alessandra Clemente che ha accolto la richiesta di custodia cautelare del secondo dipartimento della procura di Milano. L’aggressione è avvenuta alle 3 del 20 maggio 2012 in strada e non sono ancora chiari i motivi che hanno spinto i due agenti – in servizio alle volanti di Milano da un anno – ad aggredire con tanta violenza. I poliziotti, che non erano in divisa perché liberi dal servizio, pare avessero fiori che offrivano alle passanti e il fatto di non averli offerti alla compagna dell’aggredito, una donna di 50 anni, potrebbe aver scatenato la lite. Dopo averlo picchiato a mani nude, i poliziotti hanno chiamato il 118 e atteso l’arrivo dei soccorsi. Successivamente hanno dichiarato il falso accusando l’uomo di resistenza a pubblico ufficiale (cosa per cui era stato denunciato) ma le telecamere di vigilanza urbana hanno dimostrato l’infondatezza del racconto.

Aldo Scardella

ALDO SCARDELLA (2 LUGLIO 1986)

“Vi chiedo perdono, se mi trovo in questa situazione lo devo solo a me stesso, ho deciso di farla finita. Perdonatemi per i guai che ho causato. Muoio innocente”. Vero, Aldo Scardella è morto innocente, accusato di un omicidio che non aveva commesso. Lo avevano accusato di aver assassinato un commerciante durante una rapina nevrotica e dilettantesca l’antivigilia di Natale: tre colpi di pistola sparati a bruciapelo perché c’éra stata come si dice con burocratico cinismo, resistenza. Aldo abitava a circa centocinquanta metri dal luogo del delitto ed era completamente estraneo alla vicenda. Sequestrato alla sua famiglia, Aldo veniva incarcerato e segregato in una cella di isolamento, dapprima nel carcere di Oristano e poi in quello di Buoncammino di Cagliari, dove gli venne impedito di incontrare anche l’avvocato scelto dalla sua famiglia per difenderlo. Dopo 185 giorni di dura segregazione dove non venne mai neppure interrogato dal giudice istruttore sordo al suo grido di innocenza Aldo,il 2 luglio del 1986, veniva restituito alla famiglia cadavere. E’ stato trovato impiccato nella sezione di isolamento. La corda rudimentale ma efficace era stata ricavata dalla fodera del materasso. Inutili i soccorsi, il massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca. Accanto al corpo il biglietto con su scritto: ” Muoio innocente”.

CARLO GIULIANI (20 LUGLIO 2001)
Nell’ambito delle manifestazioni organizzate dal Genoa Social Forum contro il vertice dei G8 il corteo dei disobbedienti proveniente dallo stadio Carlini viene più volte caricato dai Carabinieri e polizia mentre si trova in via Tolemaide, in un percorso autorizzato ad oltre trecento metri dal limite convenuto.
Durante le cariche, giudicate da moltissimi testimoni di una violenza inaudita quanto ingiustificata oltre ai gas lacrimogeni e ai getti d’acqua urticante vengono sparati anche numerosi colpi di arma da fuoco.
E’ difficile fuggire, con un corteo di diecimila persone che preme alle spalle: chi cade viene colpito da tre, quattro, anche cinque agenti per volta. I manifestanti iniziano forme di resistenza tentando di creare barricate. Un gruppo, vedendosi aggredito anche dalle vie laterali, cerca di creare al corteo una via di uscita seguendo un plotone di carabinieri che si ritira, protetto da due camionette, verso piazza Alimonda. Una delle camionette si ferma, inspiegabilmente, contro un cassonetto, dal finestrino posteriore spunta una pistola. La maggior parte dei manifestanti fugge; la pistola in un primo momento prende di mira un giovane che si china e scappa, quindi si rivolge verso Carlo che, sopraggiunto, ha raccolto un estintore vuoto ai suoi piedi.
Quando Carlo alza le braccia la pistola spara due volte: il primo colpo lo raggiunge in pieno viso; dopo il secondo colpo la camionetta è in retromarcia e passa – nonostante le urla di avvertimento dei presenti – con la ruota posteriore sinistra sul suo corpo che è rotolato in avanti; quindi, ripassando sul corpo, la camionetta si allontana per via Caffa, al di là delle forze di polizia schierate che hanno assistito al fatto senza intervenire.

CARMINE SPINA (26 GIUGNO 2005)
«Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria curano che le tracce e le cose pertinenti al reato siano conservate e che lo stato dei luoghi e delle cose non venga mutato prima dell’intervento del pubblico ministero». Recita così l’articolo 354 del Codice di Procedura Penale e dovrebbe venire applicato quando i luoghi del reato sono quelli di un incidente stradale. A maggior ragione se c’è un ragazzo morto che giace sull’asfalto. È Carmine Spina, 24 anni, l’anno è il 2005 e il suo corpo è privo di vita a seguito dell’impatto tra la sua moto e un’automobile. Viaggiava su una strada con diritto di precedenza, mentre l’automobile con cui si è scontrato usciva da una strada secondaria con obbligo di stop e sulla strada percorsa da Carmine c’è la striscia continua, segnale che lì non è possibile né fare sorpassi, né immettersi da strade secondarie; solo in un punto il tratto è discontinuo ma probabilmente non è il punto in cui l’automobile attraversa per immettersi sulla strada di Carmine (anche alcune foto dei Carabinieri e una perizia successiva lo dimostreranno). Non è stato possibile accertarlo perché il suddetto articolo 354 in questo caso non è stato rispettato e l’automobilista è stato assolto. Questa è anche la storia di Gerardo, padre di Carmine, e di un’aula di tribunale. È il 2008 e Gerardo ascolta in quest’aula alcune testimonianze che non dimenticherà più. A parlare è il Sottoufficiale responsabile dei rilievi, Genovino Moschella, che risponde così alla domanda che gli viene rivolta sulla posizione in cui si trovavano la macchina e la moto: «Allora, la macchina è stata spostata dopo che è stato consentito il transito di altri veicoli, perché al momento non ci si era resi conto della gravità dei fatti». Il verbale redatto nel giorno dell’incidente, però, racconta ben altro. Secondo quanto scritto dagli stessi carabinieri, infatti, giunsero sul luogo dell’incidente quando già «vi erano due ambulanze del 118 con il relativo personale sanitario. Disteso al suolo vi era un giovane dall’apparente età di 25 anni e personale medico che prestava le cure anche ad un altro giovane motociclista. Il giovane che giaceva al suolo, ormai privo di vita, veniva identificato in Spina Carmine Aniello». Dunque un’evidente contraddizione che verrà spiegata come semplice dimenticanza. È un fatto, però che i rilievi siano stati effettuati dopo aver spostato l’automobile, cosa che contravviene al Codice di Procedura Penale. Inoltre si testimonierà che la visibilità di Carmine, che aveva appena percorso una curva, era di soli otto metri. In realtà la visibilità su quella strada è di ben ottanta metri. Gerardo non ci sta e da allora ha iniziato una battaglia per capire come sono realmente andate le cose. Ha sporto denuncia per cercare di fare chiarezza ancora una volta in tribunale, ma il pubblico ministero ha richiesto l’archiviazione. Gerardo Spina si è opposto all’archiviazione ma il Gip non ha ancora deciso: «Nella richiesta di archiviazione si scrive che il Sottufficiale nel dire in tribunale, sotto testimonianza, “8 metri se non sbaglio” ha usato un termine dubitativo, estrapolando una sola frase dal contesto. Il fatto è che non lo ha detto una sola volta, ma lo ha ribadito e sottolineato in una fase successiva della testimonianza. Io da padre, non posso permettere che queste falsità e omissioni vengano prese per buone da persone che dovrebbero applicare la legge in egual modo per tutti i cittadini. Sapevano bene l’Ufficiale di P.G. e gli altri tre che mio figlio era deceduto e sapevano bene la distanza che va dalla curva al punto di impatto».

FEDERICO ALDROVANDI (25 SETTEMBRE 2005)
25 settembre 2005, viale Ippodromo a Ferrara. Federico di ritorno da una serata con gli amici decide di fare l’ultimo pezzo che lo separa da casa a piedi, sulla sua strada si imbatte nella volante alfa 3 con a bordo Enzo Pontani e Luca Pollastri. I difensori dei poliziotti sostengono che la volante fosse arrivata sul posto in seguito alla segnalazione da parte di una cittadina preoccupata dal frastuono proveniente dal parchetto di viale Ippodromo. Il legale della famiglia Aldrovandi ha ragione invece di sostenere che quelle urla e quei rumori fossero il prodotto della colluttazione in corso tra Federico e i due agenti. Pontani e Pollastri descrivono il giovane come un invasato, spuntato d’improvviso dalla boscaglia e che li avrebbe aggrediti senza motivo a colpi di karate. Dopo poco tempo arriva la volante alfa 2 con a bordo Monica Segatto e Paolo Forlani. Lo scontro diventa violentissimo e alla fine i poliziotti hanno la meglio sul ragazzo, che muore. Muore sull’asfalto schiacciato dalla forza dei 4 agenti per quella che in termini medici si chiama “asfissia da posizione” per una forte compressione al torace. La tecnica di contenimento e ammanettamento prevede tempi più rapidi ma in quel caso si è andati ben oltre, si è sfociati nell’abuso e il momento della compressione sul selciato è stato l’ultimo atto di una lunga serie di violenze: calci, pugni, manganellate sferrate con una forza tale da spezzarne due. Pontani nel colloquio con il centralinista del 113 dirà testualmente: ”abbiamo avuto una lotta di mezz’ora con questo” e poi affermerà: “ cioè, l’abbiamo bastonato di brutto”. Federico rimane a terra, privo di vita, sfigurato in volto, col cranio sanguinante, 54 lesioni verranno rilevate dalla perizia medico legale di parte civile. Alla fine del primo grado di processo verrà illustrato dal giudice monocratico che i depistaggi, le omissioni e le testimonianze in “copia carbone” dei quattro agenti non hanno consentito un capo di imputazione più pesante di quel controverso “eccesso colposo in omicidio colposo”. Non è stato possibile parlare di omicidio preterintenzionale perché le indagini di polizia giudiziaria immediatamente successive al’evento sono state condotte in modo da rendere ostica la formulazione di tale capo d’accusa. A operare i primi rilevamenti, a cercare testimoni e a redigere verbali c’erano i colleghi di quei quattro poliziotti che verranno condannati in via definitiva a 3 anni e 6 mesi di reclusione (pena ridotta a 6 mesi grazie all’indulto). Dopo solo un mese di reclusione a Rovigo per Monica Segatto si apriranno le porte del carcere e beneficiando del decreto svuota carceri finirà di scontare la pena ai domiciliari. Anche Enzo Pontani dopo un mese a Milano otterrà i domiciliari. A luglio 2013 tre dei quattro poliziotti sono tornati in libertà. Pontani verrà scarcerato un mese dopo avendo iniziato la carcerazione più tardi per un cavillo tecnico. Per loro si prospetta la sospensione di sei mesi dal lavoro al termine dei quali potranno tornare ad indossare la divisa come se nulla fosse successo nonostante le sentenze dei vari tribunali, dal I° all’ultimo grado di giudizio fino al tribunale di sorveglianza parlano di una “violenza ingiustificata prima” e “dissimulazione del vero poi” che gettò “discredito per il Corpo di Polizia cui ancora essi appartengono”, su un ragazzo che quella mattina non stava commettendo alcun reato e ne uscì ucciso da quattro individui che in cassazione, dal procuratore generale furono definite durante la sua arringa “quattro schegge impazzite”.

RICCARDO RASMAN (27 OTTOBRE 2006)
Riccardo è un ragazzone di quasi due metri, classe ’72; è il figlio più piccolo di una famiglia contadina di etnia mista italo – istriana. Nel 1990 parte per il servizio militare nell’aviazione, senza sapere che da li a poco la sua vita sarebbe cambiata radicalmente. I primi mesi scorrono lisci e Riccardo resiste allo stress emotivo della vita da camerata finché non incappa in quei terribili commilitoni che prendono il nome di “nonni” che lo bersagliano e lo umiliano arrivando in alcuni casi anche a picchiarlo. Riccardo entra in depressione finché non arriva il congedo per incompatibilità ambientale. Torna a casa stravolto e la diagnosi è impietosa: sindrome da schizofrenia paranoide. Riccardo sviluppa così un terrore verso la divisa e nel 1999 abbiamo il primo episodio di violenza poliziesca, preludio a quello del 2006, al quale viene sottoposto Rasman: un vicino chiama la polizia segnalando che Rasman ascoltava la musica a volume alto in macchina sotto le sue finestre. Dopo tre giorni si presentarono due poliziotti a casa di Rasman. La porta venne aperta dal padre al quale fu chiesto se il figlio fosse in casa. I due agenti chiesero la carta di identità ma subito dopo afferrarono Rasman per i polsi e con la forza cercarono di portarlo fuori. Rasman fece resistenza e i due agenti entrarono in salotto, colpendolo al volto. A quel punto il ragazzo prese una sedia per allontanarli mentre il padre impietrito gridava ai poliziotti di fermarsi. Con l’aiuto della sedia riuscì a spingere fuori i due agenti e chiuse la porta. Rasman nella colluttazione riportò come riportato dal certificato del pronto soccorso un trauma cranico e facciale. A ottobre 2006 un conoscente trova a Riccardo un posto da netturbino. Una notizia che per Rasman, emarginato dal paese per i suoi problemi, va festeggiata. Il 27 ottobre dopo aver trascorso il pomeriggio con i genitori torna nel suo monolocale per passare qualche ora prima di uscire con i suoi amici. In quel lasso di tempo l’unica cosa che riesce a fare è dare da mangiare al cane dato che viene ritrovata una scatoletta vuota all’interno dell’ abitazione. Sente scoppiare dei petardi fuori dalla sua finestra e forse spaventato esce sul terrazzino per vedere cosa stesse succedendo. I vicini lo vedono sul terrazzo ricollegando lo scoppio di quei petardi a Rasman e chiamano la polizia che intima al ragazzo di aprire la porta ma il Rasman anche per la mente sovraccarica dall’euforia risponde “se entrate vi ammazzo”. I due agenti intervenuti chiedono allora l’intervento di un’altra volante e dei vigili del fuoco. Al loro arrivo i vigili del fuoco sfondano la porta e i poliziotti fanno irruzione nell’appartamento di Riccardo, che reagisce violentemente e innesca così una furiosa colluttazione. Ci vuole poco a bloccarlo. Lo ammanettano, lo comprimono sul pavimento, lo colpiscono con calci e pugni, con i manganelli, forse con lo stesso piede di porco usato per sfondare la porta e il manico di un’ascia. Gli viene rotta una sedia sulla schiena, che sparirà inspiegabilmente dalla stanza, che lascia su Riccardo vistosi segni ematici riscontrati poi da tre diversi medici Con l’ausilio dei vigili del fuoco lo imbavagliano e gli legano le caviglie con il fil di ferro. Riccardo troverà la morte per asfissia da posizione. Dei quattro poliziotti che hanno concorso colposamente alla morte di Riccardo solo tre verranno condannati in primo grado per omicidio colposo con una condanna che ammonta a 6 mesi con la condizionale e 60.000,00 euro di provvisionale, sentenza confermata poi appello. Successivamente anche la  HYPERLINK “http://it.wikipedia.org/wiki/Corte_di_Cassazione” \o “Corte di Cassazione” Cassazione ha confermato le sentenze precedenti rendendo definitiva la condanna per omicidio colposo nei confronti dei tre agenti.

RICCARDO BOCCALETTO (24 LUGLIO 2007)

38 anni, muore il 24 luglio 2007 nel carcere di Velletri. Era detenuto in attesa di giudizio per reati legati alla droga. Dopo il suo ingresso in carcere ha cominciato ad accusare inappetenza, vomito, astenia e progressivo peggioramento anoressico, arrivando a perdere oltre 30 chili di peso in pochi mesi. Nonostante le sue scadenti e precarie condizioni di salute, nei suoi confronti non sono state approntati tutti quegli interventi specialistici che il grave e disperato quadro clinico avrebbe richiesto. Dalle indagini espletate dai familiari del signor Boccaletto Riccardo è emerso che la causa del decesso del detenuto sia stata “la diretta conseguenza di un’acuta insufficienza cardiocircolatoria da verosimile aritmia cardiaca in un soggetto con sindrome del QT lungo”; sindrome che però non è stata segnalata nel corso della visita cardiologia effettuata in carcere il 18 aprile 2007, con la conseguenza che il detenuto non è stato successivamente sottoposto a tutti quegli opportuni interventi specialistici che il suo precario stato di salute richiedeva.

ALDO BIANZINO (14 OTTOBRE 2007)
Aldo Bianzino era un falegname di 44 anni residente a Pietralunga, paese che dista una ventina di chilometri da Città di Castello in provincia di Perugia. Aveva scelto una vita appartata insieme alla compagna Roberta Radici e a suo figlio Rudra: un appezzamento di terra nel cuore delle colline umbre, una cascina, uno stile di vita alternativo all’insegna del pacifismo e delle filosofie orientali. Questo fa di Aldo il perfetto “attenzionato”, un elemento che non può passare inosservato in una piccola comunità collinare, ma che era e rimane una persona ben vista da tutti. Un hippie con la barba lunga, una decina di piante di marijuana coltivate nell’orto di casa e con un modesto lavoro di falegname, facilmente può essere etichettato come diverso. Per quelle piantine di canapa, la notte del 12 ottobre Aldo e Roberta vengono arrestati con l’accusa di possesso e spaccio di sostanze stupefacenti. Suo figlio Rudra, di appena quattordici anni e la nonna di novanta vengono lasciati completamente soli e lontani da tutto per due giorni. Vengono condotti al carcere di Capanne e separati in diversi reparti. Dall’ingresso in carcere Roberta non vedrà più Aldo se non dopo la sua morte. La mattina seguente alle ore 8.15 Aldo viene trovato morto nella sua cella. Ad annunciarlo alla moglie ancora detenuta nella sezione femminile , è un dipendente del carcere che ambiguamente esordisce con questa domanda: ”Signora che lei sappia suo marito soffriva di svenimenti?”. Sarà Roberta a descrivere il tono incalzante di quel surreale dialogo, che avveniva mentre Aldo era già steso sul tavolo dell’obitorio. “Signora suo marito soffre di cuore? Ha mai avuto problemi al cuore? E’ mai svenuto?”, queste le domande che il dipendente dell’amministrazione penitenziaria rivolge alla compagna di Aldo. Roberta viene scarcerata verso mezzogiorno. Nei corridoi incontra quel funzionario accompagnato da un’altra persona e si precipita a chiedere quando avrebbe potuto vedere Aldo. L’uomo testualmente le risponde: “Signora, martedì dopo l’autopsia”. Roberta muore un anno dopo di tumore, dopo aver dedicato gli ultimi mesi della sua vita alla ricerca della verità, convinta fin da subito che Aldo abbia subito violenze. Sarà il medico legale nominato da Gioia Toniolo, ex moglie di Aldo, il primo a parlare chiaramente di pestaggio “particolare”, effettuato con tecniche militari atte a non lasciare segni esterni ma a distruggere gli organi interni. Il fegato di Aldo presentava una profonda lacerazione. A curare le indagini è lo stesso Pm che ha ordinato l’arresto di Aldo che al primo incontro con la signora Toniolo esordì dicendo:”Signora lei non si deve preoccupare, svolgeremo indagini a 360 gradi, ma non è detto che troveremo il colpevole” cosa al quanto inquietante visto che il carcere è una struttura circoscritta sotto il pieno controllo delle istituzioni. Per ben tre volte il Pm Giuseppe Pietrazzini chiederà di archiviare il procedimento a carico di ignoti e ci riuscirà concludendo che Bianzino è morto per cause naturali in seguito alla rottura di un aneurisma cerebrale. Una prima fase delle indagini tecniche, basata sulle consulenze del Pm, evidenziava una causa di morte violenta. Ulteriori approfondimenti sulle videoriprese del carcere e su altri dati ricondurranno nuovamente il decesso a cause naturali determinando la definitiva archiviazione.

GABRIELE SANDRI (11 NOVEMBRE 2007)
Gabriele Sandri era in viaggio con i suoi amici, direzione Milano, per seguire la sua squadra in trasferta. Decidono di fare una sosta all’area di servizio di Badia al Pino Est. Sul piazzale dell’autogrill stando agli atti processuali scoppia una rissa tra gli amici di Gabriele e un gruppo di tifosi juventini appartenenti a un club romano, anche loro diretti verso nord. Non è chiaro chi abbia fatto scoppiare la rissa; gli amici di Sandri sostengono di essere stati aggrediti dagli juventini, alcuni testimoni parlano di un terzo gruppo di persone, sedicenti laziali, che avrebbero aggredito per primi i bianconeri, il che escluderebbe il coinvolgimento del gruppo di Sandri. La rissa non accenna a finire, Gabriele e i suoi amici scappano verso l’auto per abbandonare l’area di servizio. Uno di loro viene addirittura investito con l’auto, colpito da una sportellata. I ragazzi riescono a salire in macchina e a darsi alla fuga. Nel senso di marcia opposto c’è l’autogrill di Badia al Pino Ovest, direzione Sud. Nel piazzale dell’area a 100 metri in linea d’aria dal punto in cui si trova l’automobile di Sandri stazionano due pattuglie della polizia stradale, un’addetta alle pulizie avvisa i poliziotti dei tafferugli in corso nell’autogrill opposto, gli agenti abbandonano la loro posizione e si dirigono verso la rete che separa l’autogrill dalla carreggiata, arrampicandosi per far notare la loro presenza. L’agente Spaccarotella, pare, spara un colpo di avvertimento in aria senza sortire alcun effetto. Un collega aziona allora la sirena e a quel punto gli ultras si dileguano. Mentre l’auto con a bordo Sandri imbocca l’uscita dell’area di Badia al pino est Spaccarotella segue l’auto correndo parallelamente per non perderli di vista. Ha ancora la pistola in mano. Questa volta mira all’altezza della vettura; dieci secondi per aggiustare la mira e spara un’altra volta: il proiettile attraversa le due carreggiate, rimbalza sulla recinzione metallica di Badia al Pino Est, trapassa il lunotto posteriore della Renault Scenic e termina la corsa nel collo di Gabriele Sandri. La morte è immediata, così veloce che gli amici sul momento non si accorgono di nulla, finché non vedono il fiotto di sangue uscire dal collo da Gabriele. Il 1 dicembre 2010 Spaccarotella viene condannato dalla Corte d’appello di Firenze a 9 anni di reclusione per omicidio volontario con dolo eventuale.

GIUSEPPE UVA (14 GIUGNO 2008)
Siamo a Varese, ore 2,55 del 14 Giugno 2008. In una stanza del comando provinciale dei carabinieri di via Aurelio Saffi si trova Giuseppe Uva denunciato a piede libero insieme al suo amico Alberto Biggiogero per “disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone.”
Giuseppe quella sera era in giro per la città con il suo amico Alberto Biggiogero. Un po’ alticci i due arrivano all’altezza di via Dandolo e per goliardia spostano alcune transenne con l’intenzione di chiudere la strada al traffico. Ridono, urlano, fanno confusione, troppo per gli abitanti del quartiere che chiamano i carabinieri. Sul luogo arriva una gazzella con a bordo il brigadiere Paolo Righetto e l’appuntato capo Stefano Dal Bosco. La fase del fermo e dell’arresto raccontata da Biggiogero discorda con quella messa a verbale: all’arrivo della gazzella il brigadiere Righetto scende dalla macchina urlando: ”Uva proprio te cercavo stanotte, questa non te la faccio passare liscia, questa te la faccio pagare!”. Inizia quello strano inseguimento a piedi tra Uva e il brigadiere che quando lo raggiunge lo scaraventa a terra e comincia a malmenarlo. Alberto interviene ma viene spinto via e finisce addosso all’altro agente che lo schiaffeggia accusandolo di averlo urtato volontariamente. Nel frattempo Uva viene trascinato verso la gazzella e scaraventato sui sedili posteriori. Il brigadiere continuava a inveire contro di lui prendendolo a calci e pugni. Giuseppe chiede aiuto ma Alberto non può intervenire in quanto immobilizzato dal secondo agente. In quel frangente arrivano due volanti della polizia e viene intimato a Biggiogero di salire in macchina. Lui chiede di andare con il suo amico ma la polizia, per tutta risposta gli mostra il manganello e gli chiede se abbia voglia di provarlo. A quel punto la gazzella con Giuseppe parte e Alberto non vedrà più il suo amico vivo, il peggio deve ancora arrivare. In caserma Alberto sente distintamente le urla dell’amico, ogni volta che chiede di smetterla con il pestaggio viene minacciato dagli agenti fino a che non decide di chiamare il 118 dal suo cellulare per richiedere un ambulanza. L’operatore del 118 dice ad Alberto che avrebbe mandato l’ambulanza ma al termine della telefonata anziché inviare il mezzo il 118 chiama la caserma per avere conferma. Gli viene risposto che non c’è bisogno di alcuna ambulanza e che la chiamata è stata effettuata da due ubriachi a cui adesso avrebbero tolto il cellulare. Alle 6 sono gli stessi carabinieri a chiamare il 118 per far portar via Giuseppe Uva. Alle 11.10, otto ore dopo l’arresto e quattro dopo il ricovero Uva è un uomo morto.

CARMELO CASTRO (29 MARZO 2009)
Il 24 Marzo 2009 Carmelo Castro viene arrestato dai carabinieri con l’accusa di aver partecipato a una rapina. Viene portato prima nella caserma dei carabinieri di Biancavilla poi in quella di Paternò. Il giorno dopo Carmelo viene trasferito nella casa circondariale di Catania, Piazza Lanza, dove quattro giorni dopo verrà trovato impiccato nella sua cella. Ufficialmente Carmelo muore per asfissia da impiccamento e il 27 luglio 2010 il giudice per le indagini preliminari in seguito alla richiesta del pubblico ministero dispone l’archiviazione del caso.
La versione di Agatuccia Castro, sorella di Carmelo, e di altre sue parenti è del tutto diversa. Le tre donne raccontano di aver cercato invano di parlare con Carmelo. Quando si presentano alla caserma di Paternò vengono invitate a sedersi in sala d’attesa dove sentono distintamente le urla e il pianto di Carmelo provenire dal piano di sopra. Quando Agatuccia prova a salire viene bloccata dai carabinieri che la invitano a tornare a casa. Le donne però restano all’esterno della caserma finché non vedono passare il ragazzo con diversi lividi e segni in faccia. Il tempo di un’occhiata fugace e Carmelo finisce dentro un’auto. Da allora, la sorella e le zie non vedranno mai più Carmelo vivo.
Vengono chiesti tre supplementi di indagine da parte di Antigone e di A buon diritto. Si chiede di indagare sulle urla sentite dai familiari e di disporre una nuova perizia medico legale sul presunto pestaggio. In seconda istanza ci sono molti punti oscuri sulla permanenza di Castro in carcere: la sorella racconta che il colloquio con Carmelo le è stato negato perché il ragazzo era in isolamento, disposizione di cui non è stato rintracciato alcun atto così come non esiste traccia agli atti di indagine della visita medica obbligatoria. Dal colloquio tra Carmelo e una psicologa di supporto emerge che il ragazzo era in uno stato di profonda prostrazione psicologica, perché si sentiva minacciato dagli altri coimputati. Nei successivi colloqui non erano stati riscontrati segnali che preludessero ad atti di autolesionismo o tendenze suicide. Infine nel terzo e ultimo esposto sono contenute questioni di fondamentale importanza: il lenzuolo e la cella del suicidio non sono stati sequestrati quando sarebbero stati utilissimi per approfondimenti di vario genere, inoltre si chiede di disporre una nuova autopsia per verificare se la morte di Castro sia compatibile con il suicidio: Carmelo era alto 175 cm, come ha potuto impiccarsi ad un letto a castello alto 170 cm?
Un primo flebile segnale la procura di Catania lo lancia il 5 maggio 2011, giorno in cui si riaprono le indagini., giorno in cui, provvidenzialmente, spunta fuori il lenzuolo dell’impiccagione ma il caso è stato poi definitivamente archiviato

STEFANO FRAPPORTI (21 LUGLIO 2009)
Questa è la morte oscura e insensata di un uomo mite, un artigiano di Rovereto che ha iniziato la sua giornata con un giro in bici e l’ha finita impiccato in una cella del locale penitenziario. Stefano quel giorno esce di casa per raggiungere alcuni amici. Due carabinieri a bordo di un autocivetta lo fermano accusandolo di aver tagliato loro la strada. I militari si trovano sul posto per indagare su un presunto spaccio di droga in un bar lì vicino e devono aver scambiato Stefano per uno del giro. In seguito a una sommaria perquisizione si scopre che Stefano addosso non ha nulla ma a quanto pare avrebbe confessato spontaneamente di detenere nella sua abitazione una piccola quantità di hashish. Probabilmente i carabinieri lo hanno accompagnato a casa sua per perquisire l’abitazione e hanno trovato 99 grammi di hashish, suddivisi in due pezzi e nascosti negli unici mobili che i militari hanno spostato. Indizi sufficienti a ritenere Stefano uno spacciatore. I probabilmente sono d’obbligo perché non esistono testimoni che possano contraddire le versioni di carabinieri e polizia. Condotto in carcere risulta che Stefano abbia firmato un documento con cui rinunciava ad avvertire i suoi familiari dell’avvenuto arresto. All’ingresso in carcere, intorno alle 23,30 alcuni poliziotti penitenziari lo descrivono tranquillo e scherzoso; poche ore dopo verrà trovato impiccato nella sua cella. I famigliari avvertiti il giorno seguente hanno potuto vedere il corpo solo due giorni dopo, poco prima che Stefano venisse cremato per volontà della famiglia, anche se il permesso per la cremazione è stato ottenuto molto, forse troppo, in fretta. Familiari, amici, parenti e solidali si riuniscono in un’assemblea permanente e propongono una controinchiesta. Probabilmente non c’erano gli estremi per un arresto. Traballa che in casa di Stefano ci fosse tutto quell’hashish riportato nei verbali di arresto. Si tratta di verbali in cui si parla di arresto in flagranza di reato, mentre Stefano non stava commettendo alcun reato, verbali in cui Stefano viene definito spacciatore.
Il 2 novembre 2009 il pm chiede l’archiviazione. Il giudice accetta la richiesta ritenendo acclarato che Stefano sia stato tratto in arresto per il reato di detenzione di stupefacenti: l’eccessivo slancio di onestà di Stefano diventa flagranza di reato. In seguito all’esame tossicologico sono state trovate nel sangue di Frapporti modiche quantità di THC, il principio attivo dei cannabinoidi. Per il giudice queste modiche quantità avrebbero indotto Stefano al suicidio perché causa di effetti depressivi. Il 18 febbraio 2010 il caso viene quindi archiviato e da quel momento, non sarà più riaperto. Dopo l’archiviazione i liquidi organici di Stefano prelevati durante l’autopsia sono stati buttati via immediatamente, impedendo così alla famiglia di farli analizzare come avrebbe voluto.

FRANCO MASTROGIOVANNI (4 AGOSTO 2009)
E’ un maestro elementare di 58 anni che il giorno 4 agosto 2009 muore nel reparto di psichiatria dell’ospedale pubblico “San Luca” di Vallo della Lucania dopo un sequestro di persona e una contenzione illegale (legato mani e piedi ad una branda) durata oltre 80 ore e ripresa dalle telecamere di sorveglianza del reparto. Francesco è stato ricoverato presso il reparto di psichiatria in esecuzione di un’ordinanza di TSO disposta dal sindaco del Comune di Pollica il giorno 31 luglio ma eseguita, con un ingente dispiegamento di forze dell’ordine, non nel territorio del Comune di Pollica, ma in quello del comune di San Mauro Cilento. Francesco è stato inseguito dalle forze dell’ordine già a a partire dalle ore 8 circa del 31 luglio e prima dell’intervento del personale sanitario e prima dell’emanazione dell’ordinanza di T.S.O. e dagli atti giudiziari non risulta che ricorra quello stato di necessità di cui all’art. 54 c.p. che avrebbe giustificato il comportamento delle forze dell’ordine. Francesco in un primo momento ha cercato di evitare la cattura ma dopo si è consegnato spontaneamente al personale sanitario nel frattempo intervenuto”. Le motivazioni del TSO non sono del tutte chiare, il sindaco del paese di Pollica, Vassallo, rilascia varie versioni ai giornali locali. “Il primo T.S.O. a carico di Francesco è stato disposto sempre con ordinanza del Comune di Pollica nel 2002 e all’insaputa dei familiari che unitamente ad amici e conoscenti sono rimasti basiti dall’emanazione ed esecuzione di un provvedimento così drastico e stigmatizzante a carico del loro caro. Francesco giunge nel reparto alle ore 12,15 del 31 luglio 2009, non è per nulla aggressivo e accetta che gli venga praticata la quarta iniezione di sedativi. Si siede al letto, consuma un pasto e poi cade in un sonno profondo. Contenzione: alle ore 14 circa, mentre dorme, viene legato, polsi e caviglie. Tenta varie volte di alzarsi dal letto, ma inutilmente. Non viene alimentato né gli danno da bere. L’unica terapia consiste nell’applicazione di flebo: la prima il giorno 31 luglio, la seconda soltanto il 2 agosto 2010. Non viene mai visitato da un medico e gli infermieri lo avvicinano soltanto per occuparsi delle fasce di contenzione e per far rimuovere da un’addetta alle pulizie, con uno spazzolone, le copiose macchie di sangue sul pavimento.
Per i primi giorni Francesco viene lasciato addirittura nudo nel suo letto senza neanche un lenzuolo. Solo in un secondo momento gli viene fatto indossare un pannolone per incontinenti (che sarà sostituito una sola volta). Morirà nella più completa solitudine la notte del 4 agosto 2009, intorno alle ore 2. Soltanto intorno alle 7,30 gli infermieri si accorgono che il paziente è spirato e tentano di rianimarlo. Il pomeriggio del 3 agosto 2009 alla nipote Grazia – che si reca presso il reparto di psichiatria – non viene consentito di fare visita allo zio perché, a dire del medico di turno, Francesco stava riposando tranquillamente e la presenza dei familiari avrebbe potuto agitarlo.

STEFANO CUCCHI (22 OTTOBRE 2009)
La fine di Stefano Cucchi comincia dal momento in cui i carabinieri lo arrestano al Parco degli acquedotti nel quartiere Casilino di Roma per detenzione di sostanze stupefacenti: 25 grammi di hashish, una modica quantità di cocaina e farmaci antiepilettici scambiati per pasticche d’ecstasy. All’arresto segue una perquisizione nell’appartamento dei genitori dove Stefano dichiara di risiedere e dove i militari non troveranno niente. In quella circostanza i genitori ricordano di averlo visto in buone condizioni e senza segni sul viso. Dopo la perquisizione Stefano verrà accompagnato in caserma dove trascorrerà la notte. In serata viene richiesto l’intervento del 118 da parte dei carabinieri per verificare lo stato di salute del fermato, ma pare che Cucchi abbia rifiutato la visita, nonostante apparisse sofferente. La mattina seguente viene accompagnato in tribunale dove i carabinieri lo consegnano alla polizia penitenziaria. Questi ultimi richiedono un’altra visita medica che riscontra lesioni ecchimotiche in regione palpebrale di lieve entità e colorito purpureo. Il referto parla anche di dolore e lesioni alla regione sacrale e alle gambe ma che il paziente rifiuta di farsi ispezionare. Dopo la convalida dell’arresto Stefano viene portato al carcere di Regina Coeli dove viene sottoposto alla visita d’ingresso come prevede il regolamento. Il medico ne ordina subito l’invio al pronto soccorso del Fatebenefratelli dove Cucchi rifiuta il ricovero. Verrà dimesso con diagnosi di frattura del corpo vertebrale L3 sull’emisoma sinistro e frattura I° vertebra coccigea. In sintesi, Stefano, sano al momento dell’arresto, il giorno dopo ha diversi lividi sul volto e due vertebre fratturate, cammina male e necessita il ricovero. Il tutto causato, secondo i referti, da una caduta dalle scale. Cucchi viene quindi riaccompagnato a Regina Coeli ma il giorno dopo, per assoluta incompatibilità col regime carcerario, viene riportato al pronto soccorso dell’ospedale. Questa volta viene imposto il ricovero e Stefano si ritrova nel reparto di medicina protetta dell’ospedale Sandro Pertini. Durante i giorni del ricovero la famiglia del giovane non ha mai potuto vederlo, perché l’amministrazione penitenziaria impediva qualsiasi contatto. Stefano morirà alle 6,45 del 22 ottobre 2009 dopo una via crucis giudiziaria e sanitaria durata quasi una settimana. Tutti i medici che lo hanno visitato suggerivano riposo per le vertebre fratturate e hanno sempre detto che le funzioni vitali erano normali. Stefano muore pesando 37 chili, disidratato, il volto livido e la bocca digrignata. Dopo la sua morte si è detto che Stefano rifiutava le cure e che chiedeva insistentemente di parlare con il suo avvocato. I Pm incaricano come consulente medico legale il dottor Albarello che nella sua perizia afferma che Stefano non è morto per i numerosi traumi sul corpo né per disidratazione. Cucchi sarebbe morto per le negligenze dei medici che lo avrebbero abbandonato a se stesso. Di botte e tante si parlerà invece nella consulenza di parte civile. Si rimarcherà la responsabilità di medici e sanitari che non hanno attentamente vigilato sul suo stato di salute ma si individuerà un nesso tra le fratture ossee e il peggioramento delle funzioni vitali. Questo implica un collegamento tra le percosse e la morte.

SIMONE LA PENNA (25 NOVEMBRE 2009)

32 anni, muore il 25 novembre 2009 nel carcere romano di Regina Coeli. Era in carcere per reati legati alla droga e soffriva di un’anoressia nervosa che gli aveva fatto perdere oltre 20 chili di peso in due mesi. Dopo un mese di detenzione, Simone La Penna iniziò a perdere velocemente peso, il vomito era ricorrente e le analisi indicavano degli squilibri nella presenza di potassio. Lo portarono nel reparto di medicina protetta dell’ospedale Belcolle di Viterbo dove grazie ad una terapia indovinata cominciò a dare segni di miglioramento. Ma non appena tornava in carcere, Simone ricominciava a vomitare e dimagrire. L’8 giugno del 2009 venne trasferito presso il reparto medico del carcere di Regina Coeli. Qui lo stato di denutrizione di Simone La Penna precipitò in un mese, tanto da essere ricoverato il 27 luglio all’ospedale Sandro Pertini, dove restò due giorni per ricevere una terapia mirata. Fino a che, il 26 novembre, alle 8 di mattina due infermieri del carcere di Regina Coeli si ritrovarono a praticare le operazioni di rianimazione sul corpo di Simone La Penna, che dopo dieci minuti morì. In quel momento pesava 49 chili e oggi il pm Albamonte si prepara a chiedere conto della sua morte ai medici che avrebbero dovuto segnalare le sue condizioni fisiche e mentali e non lo fecero. E anche a quelli che gli prescrissero medicinali che potevano salvarlo senza poi verificare che gli venissero somministrati davvero.

AZIZ AMIRI (6 FEBBRAIO 2010)

Il caso di Aziz Amiri è emerso per merito di Hillary Clinton, segretaria del dipartimento di Stato americano, che nel rapporto annuale sui diritti umani nel mondo ha dedicato un capitolo all’Italia.
Aziz, in Italia da poco più di un mese senza permesso di soggiorno e ospite a Bergamo da un fratello, la sera del 6 febbraio 2010 era in auto con un suo connazionale a Mornico al Serio. Un auto dei carabinieri si ferma a pochi centimetri di distanza dalla Peugeot, bloccandone la via di fuga verso il retro ritenendo che i due si trovassero sul posto per spaccio. I due militari, in borghese, scendono dalla volante e si posizionano all’altezza delle portiere anteriori dell’auto dei due ragazzi marocchini. I carabinieri dichiarano che il loro intento è quello di fare un semplice appostamento, invece decidono di intervenire senza che sia chiaro il motivo. A questo punto il conducente della Peugeot avrebbe ingranato la retro e avrebbe dato inizio ad un tentativo di speronamento della Fiat Punto per aprirsi un varco, il carabiniere avrebbe perso l’equilibrio e sarebbe caduto a terra. La Peugeot continuava nelle sue manovre per cercare di fuggire e il carabiniere che si sarebbe visto in pericolo avrebbe a quel punto impugnato la pistola semiautomatica. Ci sono due elementi abbastanza rilevanti che non sono stati approfonditi dall’inchiesta nelle ore successive ai fatti. La Beretta calibro 9 da cui è partito il colpo che ha ucciso Aziz Amiri non è un’arma di ordinanza in dotazione ai carabinieri. La pistola è un’arma personale che il militare avrebbe portato con sé durante l’operazione di quella sera. Il secondo elemento è la scomparsa del conducente della Peugeot, il ragazzo che era in auto con Aziz ovvero l’unico vero testimone della vicenda oltre naturalmente ai due carabinieri. Inspiegabilmente dopo l’uccisione di Aziz è riuscito a dileguarsi sotto il naso dei due militari. Altro dato rilevante: il carabiniere nella sua ricostruzione dice che al momento della caduta sarebbe partito uno sparo accidentale che avrebbe ucciso Aziz. Un testimone, che non sarà mai ascoltato, dice testualmente: “Ho sentito esplodere i tre colpi,loro lì dopo… dopo dicevano l’hai ammazzato, l’hai ammazzato…. Qualcosa del genere”. Le indagini nei confronti del carabiniere indagato per omicidio colposo nei confronti di Aziz sono state affidate agli stessi carabinieri e i rilievi balistici al Ris di Parma, sezione dell’Arma dei Carabinieri.

MARIA ROSANNA CARRUS (8 APRILE 2010)

71 anni vedova, picchiata, rapinata, soffocata, uccisa e bruciata nella sua casa a Siliqua. Ci sono molti lati oscuri che vanno chiariti in questa vicenda, come il ruolo delle forze dell’ordine che erano state allertate prima che accadessero i fatti ma non hanno fatto nulla per impedire le tragedia. La tranquillità di Siliqua era turbata dalla presenza di un gruppo di giovani criminali, noti sia alla popolazione che alle forze dell’ordine. Si trattava di una banda composta da tre ragazzi, ai quali saltuariamente si aggiungevano diversi complici, dediti allo spaccio e al consumo di sostanze stupefacenti, specializzata in furti e rapine negli appartamenti di anziani soli. Maria Rosanna Carrus è stata uccisa l’ 08 Aprile 2010 tra le 14,00 e le 15,00: mentre uno dei due maggiorenni la immobilizzava l’altro metteva a soqquadro tutta la casa in cerca di denaro e oggetti di valore e poi veniva aiutato dall’altro che si era liberato perché Maria Rosanna aveva perso i sensi. In tarda serata vengono allertati i carabinieri perché viene notata un’anomalia nell’abitazione di Maria Rosanna: la serranda basculante è aperta, cosa insolita e non nelle abitudini della signora Carrus. I carabinieri si fermano, controllano i cancelli che risultano chiusi, guardano con il faro in dotazione e vedono le persiane chiuse e il portoncino all’interno del cortile accostato come se fosse chiuso ma non si accertano suonando il campanello o chiamando. Nel frattempo gli esecutori hanno pianificato un incendio che appiccano usando vestiti e lenzuola come micce. Il corpo di Maria è ancora nel seminterrato ormai privo di vita. I tre rapinatori prendono un materasso, lo appoggiano sopra il corpo imbevendolo di liquido infiammabile, appiccano il fuoco e scappano dal muro di cinta. Nei due giorni successivi nessuno delle forze dell’ordine si reca sul posto. I rapinatori intendono appiccare un incendio più grande e distruttivo in maniera da cancellare ogni prova residua. Ci riescono la sera del 10 aprile quando rientrano nella casa da quella serranda aperta, segnalata e mai controllata. Vengono chiamati i pompieri ma ormai Maria Rosanna è già morta da due giorni. Una morte che si poteva e si doveva evitare.

DANIELE FRANCESCHI (25 AGOSTO 2010)

Arrestato per una carta di credito clonata. Rinchiuso in un carcere per mesi. Morto senza una ragione. La madre che chiedeva giustizia picchiata dagli agenti che le rompono le costole. Il corpo del ragazzo, Daniele Franceschi, restituito ai familiari in avanzato stato di decomposizione e senza gli organi interni. Non è successo in qualche remota regione tribale, ma nella Francia della grandeur che dopo anni non ha ancora dato una risposta sulla morte di un nostro concittadino e su comportamenti inaccettabili, degni della peggior dittatura. Le tre persone HYPERLINK “http://www.crimeblog.it/post/8295/daniele-franceschi-morto-nel-carcere-di-grasse-inchiesta-per-omicidio-colposo”indagate nei mesi scorsi, un medico e due infermieri, sono state incriminate in queste ultime ore per omicidio involontario – corrispondente al nostro omicido colposo – sulla base di una serie di negligenze che avrebbero portato al decesso del detenuto. “Mi hanno picchiata fino a rompermi tre costole”. Anna Cira Antignano, la mamma di Daniele Franceschi, lancia nuovi pesanti accuse nei confronti delle autorità francesi. La donna, insieme alla cugina Maria Grazia Biagini, era andata a manifestare il 13 ottobre 2010 davanti al carcere di Grasse. “Era una cosa che mi sentivo dentro, la dovevo fare”, ha detto la donna. In mano avevano un lenzuolo bianco con su scritto: “Carcere assassino, me lo avete ammazzato due volte. Voglio giustizia”. La protesta non è però piaciuta ai vertici carcerari che hanno chiamato la polizia. “Ho cercato di spiegare che volevamo manifestare pacificamente — ha detto Anna Cira Antignano — ma loro mi hanno messo in ginocchio e mi hanno ammanettato. Uno con il tacco della scarpa me l’ha premuto contro il petto fino a rompermi tre costole”.

ROBERTO COLLINA (21 SETTEMBRE 2010)

Mentre nel cielo delle illusioni si erano da poco spenti le luci dei fuochi d’artificio per la festa di San Matteo, patrono della città, Roberto cadeva sulla dura e reale terra di Largo Campo, vicino alla fontana del Vanvitelli, storico fulcro della movida salernitana, battendo la testa in seguito ad una colluttazione con due agenti della polizia in borghese e fuori servizio. Uno che presta servizio a Napoli ed un altro che lavora in Toscana.  Roberto moriva sul selciato. I giornali raccontano che Roberto era in chiaro stato di ebbrezza ed avrebbe infastidito i familiari di uno dei due agenti. Questo sarebbe stato il motivo dell’origine del tentativo di bloccarlo e della colluttazione. Al macabro spettacolo hanno assistito decine di testimoni. Sono intervenuti un’ambulanza ed una squadra della sezione volanti. Il corpo è rimasto a terra per quasi quattro ore fino all’arrivo del magistrato che ha aperto un’inchiesta. E’ stata avvertita anche la mamma di Roberto che, arrivata sul posto, vicino al corpo del figlio, è scoppiata in lacrime e sorretta da amici e parenti, ha gridato più di una volta, “Me l’hanno ucciso, Me l’hanno ucciso”. La logica pretenderebbe che con un ubriaco dei professionisti evitassero colluttazioni e contatti. E che il “dare fastidio”, sempre per dei professionisti, non implicasse interventi ravvicinati ma allontanamento. A molti non è piaciuto il comunicato della questura di Salerno da cui sembra trasparire più che una descrizione dei fatti, la preoccupazione di conclamare a chiare lettere il ligio e ortodosso comportamento dei due poliziotti. Sul corpo di Roberto è stato disposto un esame autoptico, per verificare la presenza o meno di sostanze stupefacenti o alteranti e per stabilirne la causa della morte. Roberto Collina è morto durante i festeggiamenti di San Matteo che si dice sia un santo con due facce. Speriamo che nessuno in questa triste faccenda ne voglia oscurare una come succede sempre più spesso in Italia da qualche tempo.

CARLO SATURNO (7 APRILE 2011)

Carlo Saturno aveva 22 anni quando è stato trovato impiccato ad un lenzuolo nella cella di isolamento del carcere di Bari. È morto il 7 aprile, dopo una settimana in coma. Era rinchiuso nel penitenziario pugliese per furto ma era finito in isolamento per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale: in pratica si era scontrato con alcune agenti carcerari. Secondo una lettera anonima recapitata in procura, il 29 marzo, il giorno prima di suicidarsi, Saturno sarebbe stato in realtà picchiato. Al momento è aperta un’indagine per istigazione al suicidio contro ignoti. C’è da aggiungere però che i segni sul collo sono stati dichiarati compatibili sia con un’impiccagione che con uno strangolamento. “Ci diceva che lo picchiavano sempre, da un occhio non vedeva più per un pugno che gli tirarono lì dentro (per il distacco della retina). Ci raccontò di quando con uno schiaffo gli ruppero il timpano di un orecchio e che la mattina dopo si ritrovò con il cuscino pieno di sangue nella sua cella. Era terrorizzato dalle guardie, da quel periodo non ne è più uscito, soffriva di ansia, attacchi di panico, prendeva le gocce”. Carlo aveva denunciato un gruppo di agenti di polizia penitenziaria per degli episodi di violenza avvenuti anni prima nel carcere minorile di Lecce. Se fosse sopravvissuto, sarebbe stato uno dei testimoni chiave nel processo contro i poliziotti.

MICHELE FERRULLI (30 GIUGNO 2011)
Michele Ferrulli, 51 anni, originario di Bari ma residente a Milano dove lavorava come operaio edile. Michele con la sua famiglia occupava un alloggio in via Varsavia. Una persona mite e generosa, secondo chi lo conosceva bene, impegnato a combattere a favore degli abusivi delle case popolari con l’obbiettivo di ottenere per loro alloggi regolari e a norma di legge.
La vita di Michele si interrompe la sera del 30 giugno proprio in via Varsavia. Un residente segnala alla polizia la presenza di diverse persone che, per strada, ascoltano musica ad alto volume e si abbandonano a urla e schiamazzi. Il gruppetto è composto da Michele e da due suoi amici. Intervengono due volanti.
Al loro arrivo gli agenti dichiarano di aver chiesto i documenti ma di essere stati subito insultati da Michele che li minaccia e tanta di aggredirli. I poliziotti rispondono con la forza e lo immobilizzano a terra per ammanettarlo, operazione che è durata diversi minuti, forse troppi per il cuore di Michele Ferrulli. La questura dichiara la morte per infarto.
Le testimonianze dei due amici e di altre persone presenti parlano di un pestaggio da parte dei quattro agenti. Alcuni dicono che Michele veniva selvaggiamente picchiato mentre gridava ripetutamente aiuto.
Una circostanza confermata dai nuovi video diffusi dall’avvocato Anselmo, differenti dai primi per via della presenza dell’audio originale. Si sentono le urla e le invocazioni di aiuto di Ferrulli, i commenti in sottofondo, in lingua straniera, di chi in quel momento stava girando le immagini e si possono nitidamente vedere i colpi di manganello e i pugni.

ABDERRAHMAN SAHLI (2 GIUGNO 2011)
Un giovane marocchino di 24 anni residente a Montagnana in provincia di Padova viene ritrovato morto in riva a un fiume con strane escoriazioni sulla fronte. Si racconta che a Montagnana i carabinieri abbiano l’odiosa abitudine di buttare nel fiume gli extracomunitari ubriachi per farli “rinsavire”. Non è possibile stabilire se si tratti di leggende metropolitane o fatti concreti. Il dato certo è che per la morte di Abderrahman sono stati indagati tre carabinieri.
I militari, la sera della sagra del prosciutto di Montagnana, avrebbero arrestato il giovane per impedirgli di importunare un gruppo di donne. In seguito lo avrebbero portato sul ponte che attraversa il fiume Frassine e da lì gettato in acqua. Finito il trattamento i carabinieri se ne sarebbero andati abbandonando Abderrahman al suo destino.
I suoi amici non hanno sue notizie per diversi giorni finché il 2 giugno 2011 il suo corpo non viene ritrovato sul greto di un canale artificiale. Il sospetto si tramuta in certezza. Tutti sanno che i carabinieri portano via gli stranieri ubriachi perché non diano fastidio agli abitanti del posto. I marocchini di Montagnana sono certi che il trattamento sia toccato anche ad Abderrahman, ma questa volta l’ibrido tra pesante punizione, goliardia e abuso di potere si è trasformato in tragedia.
Nei giorni successivi scoppia la protesta della comunità magrebina. Alcuni di loro dichiarano in un intervista che “Qui funziona così: ti caricano in macchina e ti buttano giù dal fiume. E noi che dobbiamo fare? Ad Abderrahman è capitato quello che è successo a me due volte: i carabinieri ci trovano ubriachi, ci fanno salire in macchina ammanettati e ci portano su quel ponte, ci insultano, ci tolgono le manette e ci buttano giù con un calcio. Noi ci salviamo perché riusciamo ad arrampicarci sulle rive. Questa pratica va avanti da quando è arrivato un maresciallo con i capelli bianchi, prima non era così”.

BERNARDINO BUDRONI (30 LUGLIO 2011)
Una persona è stata uccisa su un’autostrada da un agente di polizia. E’ accaduto il 30 luglio del 2011 sul grande raccordo anulare di Roma ma forse nessuno se n’è reso conto perché i giornali hanno usato quasi tutti parole depistanti: “Sparatoria sul gra”, “Inseguimento di uno stalker”, qualcuno lo paragonò al film Shine. Si chiamava Bernardino Budroni, per tutti Dino. Soprattutto per i suoi genitori, per la sorella Claudia, il cognato Fabrizio, le nipoti. Il proiettile calibro 9 lo ha trapassato dal fianco sinistro, perforando i polmoni e il cuore. E’ successo al km 11, lo svincolo per Mentana. Chi ha sparato è un agente scelto, quando lo ha fatto aveva 28 anni. Nessuno gli ordinò di farlo quella notte, nemmeno di mirare alle ruote. Dino aveva dodici anni in più di lui. L’agente scelto, pare, era seduto dalla parte sbagliata. Doveva trovarsi alla guida della volante 10 non sull’altro sedile. Quale «emergenza» si verificò per non farlo guidare? Di fronte al pm, due giorni dopo i fatti, dirà di aver esploso due colpi dopo un inseguimento di dieci minuti. Anche quello che non uccise andò fuori bersaglio, bucando la lamiera dello sportello. Altre due auto, Beta Como della polizia e una gazzella dei carabinieri, parteciparono all’operazione “agganciando” la volante 10 nel tragitto. Erano più o meno le 5 del mattino del sabato dell’esodo estivo. La Focus era praticamente incastrata sulla destra della corsia. I carabinieri l’avevano sorpassata e s’erano messi di traverso, lo sportello di destra toccava appena la Focus che a sua volta ha toccato il guardrail. Un piccolo segno di vernice, grande come un’unghia sta ancora lì a testimoniarlo, a pochi metri dalla foto e dai fiori, sempre freschi. Sullo sportello posteriore destro di Budroni c’è il segno di una gomma (forse) di Beta Como. La scena sembra quella di una macchina inseguita che prova a divincolarsi zigzagando. L’agente che ha sparato riferisce che era stato parecchio occupato dall’una meno un quarto di quella notte a cercare il Budroni che era andato sotto l’abitazione della sua ragazza, nel quartiere di Cinecittà a una ventina di chilometri da dove è finito l’inseguimento. Un brutto caso di danneggiamento di porte e cancelli, di sms minacciosi e di disturbo della quiete pubblica, probabilmente. “Crimini” che non prevedono la fucilazione immediata. Chi ha sparato sapeva quasi tutto di Budroni: che abitava nel comune di Fontenuova e che aveva una pendenza per il possesso di una balestra (acquistabile ovunque) e un fuciletto ad aria compressa. Per questo, così ha dichiarato, ha tirato fuori la Beretta Parabellum quando ha affiancato la Focus verde mare. Dice di essere stato col braccio «perfettamente in asse» con la ruota posteriore sinistra ma che la Focus provava a svicolare spostando di scatto il bersaglio. Quanto forte andasse e quanto tempo sia passato tra lo sparo e l’arresto l’agente scelto non ricorda. Di certo egli stesso ha dichiarato che Dino non era armato ma agiva forse sotto l’effetto di droghe. Droghe che la perizia tossicologica quantificherà in modeste e antiche tracce di cannabis. Budroni, comunque, aveva alzato il gomito. Un “reato” che non prevede la pena di morte per esecuzione sommaria.

MASSIMO CASALNUOVO (20 AGOSTO 2011)
Massimo muore il 20 agosto del 2011 intorno alle 21. Arriva all’ospedale di Polla agonizzante dopo la caduta dal motorino. Il ragazzo viaggiava su uno scooter, era senza casco ma attenzione: non è morto per aver sbattuto la testa (come si tende a far credere) ma per la violenta botta al torace. Massimo era appena uscito dall’officina in cui lavorava con il padre, non prendeva il motorino da un po’ di tempo. Lo aveva appena aggiustato. Era stato a fare un giro e stava tornando a casa. Non aveva indossato il casco. Lo fanno un po’ tutti a Buonabitacolo. Quella sera la pattuglia dei carabinieri con a bordo il maresciallo Giovanni Cunsolo e l’appuntato Luca Chirichella decide di controllare i ragazzi senza casco, ne fermano due: Elia Marchesano e Emilio Risi. I carabinieri mettono la macchina di traverso sulla strada e formano una specie di posto di blocco. Peccato che lo facciano dietro una curva. La “scena” si svolge sulla strada principale della città, via Grancia, che porta a una piccola piazza dove di sera si ritrova la gente del paese. Cunsolo è seduto dentro la gazzella e sta redigendo la contravvenzione.
Massimo sta arrivando con il suo scooter Beta 50. Sin dal primo momento la versione dei due ragazzi fermati e quella del carabiniere sono opposte. Cunsolo dirà che Massimo, arrivato davanti al “posto di blocco”, accelera, quasi lo investe. Poi perde il controllo del ciclomotore e cade battendo la testa su un muretto a secco. I due ragazzi, interrogati la notte dell'”incidente” dal pm Sessa della Procura di Sala Consilina, hanno invece fornito un’altra versione: Cunsolo era dentro alla macchina, quando vede arrivare Massimo esce dall’auto e per fermarlo sferra un calcio sulla carena del motorino. E’ quel calcio che fa perdere l’equilibrio a Massimo che cade, e muore.
HYPERLINK “http://www.facebook.com/photo.php?fbid=520637061330906&set=a.520593978001881.1073741828.495593257168620&type=3&theater”

ILARIO AURILIA (25 AGOSTO2011)

Sono circa le 4 del mattino del 25 agosto 2011 quando Ilario Aurilia muore di seguito a una caduta dal suo scooter. Stando al rapporto della polizia all’epoca dei fatti il giovane sarebbe morto in seguito alle gravissime ferite riportate in un incidente stradale mentre era a bordo del suo scooter 50 quando sarebbe andato a sbattere contro un palo dell’illuminazione pubblica. Una versione ritenuta attendibile dal pubblico ministero titolare del fascicolo aperto dopo le denunce dei familiari del ragazzo, seguite a voci insistenti su un presunto inseguimento di una macchina delle forze dell’ordine, che nel giro di poche settimane chiese l’archiviazione del caso come “tragica fatalità, provocata esclusivamente dalla condotta di guida della vittima”. Non è però dello stesso avviso il gip che anche in seguito alle numerose incongruenze fatte emergere dal legale della famiglia Aurilia rigetta la richiesta di archiviazione, dispone un supplemento di indagini e la riesumazione della salma per effettuare l’autopsia. Il caso Aurilia sconvolse Torre del Greco nell’agosto del 2011. Poche ore dopo la morte di Ilario in città iniziarono a circolare voci di un inseguimento conclusosi tragicamente. Diversi amici di Ilario Aurilia – conosciuto a Torre del Greco per la sua passione per la Turris – raccontarono del coinvolgimento nello schianto di un’auto delle forze dell’ordine. Una versione successivamente ribadita dalla zia del ventitreenne che – chattando su facebook con un internauta dal nickname Peel – trovò conferme di un presunto inseguimento finito in tragedia. Una ricostruzione dei fatti diametralmente opposta rispetto alla dinamica messa nera su bianco dagli agenti del locale commissariato di polizia, intervenuti sul posto dopo la segnalazione dell’incidente da parte di una pattuglia della guardia di finanza. Da qui la raffica di richieste avanzate dall’avvocato Giancarlo Panariello per fugare ogni dubbio sulla morte del ventitreenne: a partire dall’acquisizione delle immagini registrate dal sistema di videosorveglianza di un’attività commerciale della zona – le telecamere sono puntate proprio in direzione del luogo dell’impatto – fino all’identificazione dell’internauta noto come Peel. Senza trascurare le deposizioni del testimone oculare, il cui racconto – così come l’esito dell’autopsia eseguita dal medico legale che avrebbe rivelato che a provocare la morte di Ilario Aurilia sarebbe stata una sola ferita alla testa, difficilmente compatibile con la doppia carambola contro il palo della luce e il ciglio del marciapiede – sarebbe in contrasto con la «frettolosa» dinamica ricostruita nei brogliacci degli investigatori.

CRISTIAN DE CUPIS (12 NOVEMBRE 2011)

Cristian De Cupis, romano di 36 anni, residente nel quartiere Garbatella era affetto da diverse problematiche di carattere sanitario. Viene arrestato il 9 novembre alla Stazione Termini per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Condotto al Pronto Soccorso del Santo Spirito l’uomo, che aveva delle escoriazioni alla fronte, avrebbe riferito ai medici di essere stato percosso dagli agenti che lo hanno arrestato e, per questo, avrebbe anche sporto denuncia. Il 10 novembre, De Cupis viene trasferito, in ambulanza e scortato dalla polizia, nella struttura protetta dell’ospedale “Belcolle” di Viterbo dove viene sottoposto a tutti gli esami di rito, compresa una Tac. Il giorno seguente sarebbe stato anche convalidato l’arresto e disposti gli arresti domiciliari non appena finito il ricovero. La mattina del 12 novembre, però, De Cupis muore. I familiari sarebbero stati avvertiti dell’arresto solo dopo l’avvenuto decesso. A chi lo ha incontrato nei giorni del ricovero l’uomo era parso a tratti agitato e a tratti lucido, comunque non in condizioni che potessero far immaginare una morte repentina. A conferma di ciò, la circostanza che l’uomo, solo due giorni prima dell’arresto, si era rivolto ad una struttura di orientamento per detenuti per cercare un lavoro.
La sciarpa della Roma stretta al collo, sopra le ecchimosi e i lividi che scendono dalla nuca alle spalle, gli occhi chiusi per sempre, quello sinistro piuttosto gonfio e tumefatto, come un po’ tutta quella parte del viso che è violacea. Altre ecchimosi sul fianco sinistro e vasti ematomi sulle mani, letteralmente devastate. Almeno quattro ferite di forma circolare e di una certa profondità nella parte frontale del cranio, una lesione su quella parietale sinistra e un’altra più profonda dietro, sulla nuca, da cui deve essere uscito molto sangue, visto che sul giubbino – lavato o comunque smacchiato da qualcuno – restano degli aloni rossi. L’ultima immagine di Cristian De Cupis assomiglia un po’ ai suoi ultimi tre giorni, sghemba, poco nitida, violenta. Ma è proprio quell’alone opaco che rende così dura la fine piuttosto strana di un uomo che pure era abituato a remare controcorrente e senza paracadute. Ha perso la madre che era ancora un bambino, non ha mai avuto un vero padre e all’età in cui si prende la patente si era già infilato sulla sua cattiva strada, già molto scivolosa. Dentro e fuori da caserme, celle e comunità: detenuto a Regina Coeli, Rebibbia, poi Terni, Viterbo, Velletri, Secondigliano, alternando periodi di cura ad Amelia da Pierino Gelmini, a Bologna, Ravenna, Milano, ma anche a San Patrignano, l’ultima volta, nel luglio scorso, due mesi e poi fuori, perché Cristian non ce la faceva più a passare da una prigione a un centro di recupero. Denunce, verbali, carabinieri, polizia. Piccoli furti per racimolare qualche soldo per la dose, e dopo la dose daccapo coi furti, e via così per settimane, mesi, anni. Non ne faranno un santino, ma certo non meritava di diventare un fascicolo per omicidio colposo sul tavolo di un magistrato.

MARCELO VALENTINO GOMEZ CORTES (13 FEBBRAIO 2012)

Marcelo Valentino Gomez Cortes era un ragazzo cileno di 29 anni viveva a Milano ed era pregiudicato. Marcelo era colpevole solo di correre, di scappare dal luogo di una rissa. Il destino ha voluto che sulla sua strada trovasse Alessandro Amigoni, vigile urbano di Milano. Dalle prime ricostruzioni l’agente afferma che Cortes era armato e che a solo scopo intimidatorio e con l’arma non rivolta verso la vittima avrebbe esploso un colpo da una distanza di 15 – 20 metri. La perizia disposta dal Pm invece ha accertato che il colpo esploso dall’agente è partito da una distanza che va da un minimo di 50 centimetri ad un massimo di 2 metri e 80 centimetri. Il colpo secondo le indagini avrebbe raggiunto Cortes alla schiena mentre correva e sarebbe uscito dal cuore. Amigoni è stato condannato a dieci anni di reclusione, sentenza pronunciata al termine del processo con rito abbreviato dal gup Stefania Donadeo, che ha comunque riconosciuto all’imputato le attenuanti del caso respingendo la richiesta del Pm di 14 anni di reclusione. Unico risarcimento previsto 180 mila euro a testa per ognuno dei due figli di Cortes.

ETTORE STOCCHINO (10 LUGLIO 2012)

Ettore è uscito di casa alle 3.45 del mattino del 10 luglio 2012 ed è stato ritrovato cadavere alle 9.30 dello stesso giorno. Il padre ha dichiarato:”Quelle che risultano essere misteriose sono le modalità, la definizione più che fantasiosa del suicidio, molti retroscena e fatti antecedenti che il magistrato non ha voluto considerare. Ettore un mese prima era stato fermato e sembra addirittura minacciato da una pattuglia dei carabinieri di Segrate esattamente a poche decine di metri dove è stato poi dopo un mese rinvenuto cadavere”. Secondo i carabinieri e la stampa la tesi del suicidio sarebbe molto valida in quanto il padre è una trans in terapia ormonale che ha dichiarato: “non entro in merito, ora, del fatto che non avesse motivo per suicidarsi, tuttavia anche nelle modalità non mi tornano un sacco di cose, anche perché ho fatto immediatamente un sopralluogo sul luogo del ritrovamento. Alla luce di tutto ciò,oggi,a più di un anno dal fatto mi ritrovo con tutti i miei pc e cellulari sequestrati,nessuna notizia dell’esame autoptico e nessuna considerazione da parte del magistrato.” Primi dubbi sollevati dal padre: 1)Oltre a dover scavalcare un cancello si è dovuto arrampicare per un traliccio di ben 12 metri. Sforzo sovrumano per un fisico come era il suo : cicciottello, goffo e poco avvezzo agli sforzi fisici, che evitava sempre accuratamente. A scuola si faceva persino esonerare dall’educazione fisica. 2) Posizione anomala del corpo. Escoriazioni ed ecchimosi (tipiche da pestaggio scientifico) su parte bassa della schiena, ginocchia e gomiti (come se fosse stato trascinato lì). Viso e testa apparentemente intatti (purtroppo nelle foto pubblicate il viso non è visibile) a parte un rivolino di sangue dal naso e forse dalla bocca. Assenza di grosse perdite ematiche sul luogo. 3)T-shirt strappata, cinghia slacciata, pantaloncini abbassati e parzialmente strappati (erano nuovi di negozio). 4)Zero movente dal momento che finalmente tutto ciò per cui aveva lavorato e gran parte dei suoi progetti si stavano realizzando. 5)Conosceva il posto molto bene in quanto spesso ci andava a riflettere e meditare in santa pace. Ora le mie impressioni mi fanno ritenere in base a ciò, che l’ipotesi di suicidio sia quantomeno affrettata ed inconsistente. E qui partono le domande..doveva incontrare qualcuno conosciuto sul web?….qualcuno gli ha teso una trappola?….o forse ha trovato i suoi assassini per sbaglio ? Chi ha trovato davanti a sé ? “. Durante la notte il padre accortosi che il figlio non era in casa si è allarmato e ha chiesto notizie dapprima al 118 con esito negativo, è successivamente uscito di casa con la speranza di intercettare il figlio o la sua auto, esito ancora negativo. Si è messo allora sul balcone a scrutare la strada provinciale con la speranza di avvistarlo. Alle ore 5.00 avvista una fiat stilo dei carabinieri che (proveniente dal luogo dove Ettore è stato poi ritrovato) sgommando e con lampeggianti accesi si dirige verso la caserma. Da quel momento comincia a telefonare ai carabinieri dai quali riceve risposta solo verso le 7,40 con invito a presentarsi per la segnalazione della scomparsa in caserma alle 9,15, segnalazione che viene poi effettuata. Alle 10,30 il padre viene ricontattato ed invitato a presentarsi presso la caserma ed è solo in quel momento che apprende della tragica morte del figlio, con l’atroce sospetto che in caserma già sapessero della morte da diverse ore.

HYPERLINK “http://www.abusodipolizia.it/index.php/le-vittime-0/76-bohli-kaies”

BOHLI KAYES (5 GIUGNO 2013)

Una morte sospetta, una foto agghiacciante e un “corvo” in caserma. Il caso è quello di Kayes Bohli, 36 anni, pregiudicato tunisino deceduto all’ospedale di Sanremo subito dopo l’arresto. Sono le 19.05, una telefonata anonima al 112 segnala uno spacciatore all’opera, i carabinieri si precipitano nel piazzale del supermercato Lidl di Riva Ligure, Bohli – vecchia conoscenza delle forze dell’ordine – si dà alla fuga. Poi il guardrail che Bohli non riesce a saltare, la caduta, il tentativo di sottrarsi all’arresto che sfocia in una colluttazione. “Uno dei carabinieri stava seduto a terra e teneva in grembo, stretta fra le cosce e rivolta a terra, la testa del tunisino. Contemporaneamente gli premeva sulla schiena con il suo corpo per tenerlo fermo”. E’ la ricostruzione fatta alla procura di Sanremo da un testimone oculare dei momenti decisivi della cattura e dell’immobilizzazione di Bohli. L’uomo è deceduto a causa della pressione sulla schiena subita nel corso del fermo. L’asfissia conseguente lo ha prima indebolito e poi ucciso nel giro di un paio d’ore. Il procuratore capo Roberto Cavallone non ha usato giri di parole: “Non è stato un caso Cucchi, tutto è durato al massimo 3 minuti, ma almeno uno dei carabinieri ha ecceduto nell’uso della forza e di questa morte deve farsi carico lo Stato e chiedere scusa ai famigliari della vittima”. Per l’episodio sono indagati per omicidio colposo i tre carabinieri della stazione di Santo Stefano al Mare che eseguirono l’operazione e che sono stati tutti trasferiti. Si aggiunge un nuovo, inquietante elemento il “corvo”. Ovvero il carabiniere, ancora in via di identificazione, che in quella drammatica serata del 5 giugno, nell’atrio della caserma, mentre i colleghi chiedevano l’intervento di un’ambulanza, ha scattato almeno una foto con un cellulare. L’immagine cui stanno ora lavorando gli inquirenti, è cruda. Sotto la testa una giacca ripiegata che gli fa da cuscino. Sullo zigomo destro un’ecchimosi, diverse escoriazioni su entrambi gli avambracci.

FRANCESCO SMERAGLIUOLO (8 GIUGNO 2013)

Francesco Smeragliuolo, 22 anni, arrestato il 1° maggio 2013 per una rapina. 39 giorni di carcere gli sono costati prima sedici chili e poi la vita stessa. E’ morto nel carcere di Monza sabato 8 giugno e sua madre, Giovanna D’Aiello, vorrebbe vederci chiaro. Per questo si rivolta ad alcune associazioni come Antigone, A buon diritto e Acad. Esclusa l’ipotesi del suicidio. In una lettera recente alla fidanzata Francesco pensava “ai tanti progetti insieme”. L’autopsia, disposta dal magistrato, avrebbe escluso che la morte sia avvenuta per cause violente o per intossicazione da farmaci o droghe. Il responso è stato il solito: “decesso causato da arresto cardiocircolatorio”. Dalla casa circondariale nessuna spiegazione sul decesso, avvenuto nel pomeriggio di sabato 8 giugno. Il giovane si sarebbe sentito male ed è stato attivato il 118 in codice rosso. La direttrice si è limitata a dire: «C’è un’indagine in corso, bisogna attendere l’esito».

VITO DANIELE (9 MAGGIO 2008)
Vito Daniele come tutti i venerdì dopo una settimana di lavoro tornava da Roma a Bari dalla sua famiglia. Verso le 13 chiamò la figlia che era in gita, poi successivamente la moglie. Stava percorrendo il solito tratto di autostrada. Al confine fra la provincia di Avellino e Benevento, verso le 14, si vide inseguito da una macchina della Guardia di finanza. Lo fermarono. Gli si fece incontro un agente in borghese, gli chiese i documenti per fare i dovuti controlli. Poi qui il tenente afferma che Vito scese dalla sua macchina e fu travolto da una bisarca in transito. Il motivo del fermo, si legge nel comunicato stampa della Guardia di finanza, era per eccesso di velocità. Il finanziere dichiara che Vito andava ad una velocità di 180 km/h anche se di questo non c’è prova. Chi ha percorso quel tratto di strada asserisce che è impossibile andare a quella velocità per via delle curve e la massiccia presenza di tir. Successivamente si apprende dalla stampa che in quel tratto di strada si stavano facendo controlli antidroga. La macchina di Vito è stato perquisita ma al suo interno non è stato trovato nulla se non la biancheria sporca e dei regali destinati alla moglie e ai figli. Sono molte le domande che sorgono su questo anomalo controllo da parte del finanziere: come mai il finanziere era alla guida di una volante anche se in borghese? E soprattutto perché era da solo? Sulle autostrade vige una regola particolare per cui il controllo del rispetto del codice della strada spetta alla sola polizia stradale della polizia di Stato. Una pattuglia dei carabinieri o della guardia di finanza può comunque intimare l’alt in caso di motivi urgenti di sicurezza o di polizia giudiziaria. Resta il fatto che l’alt prevede l’obbligo dell’uso della paletta metallica e in questo caso risulta un po’ difficile credere che un finanziere lanciato all’inseguimento di un’auto a 180 km/h su un tratto di strada pieno di curve possa aver utilizzato tale strumento visto che in macchina era da solo. Le Forze dell’Ordine sono istruite per fermare gli utenti della strada in condizioni di sicurezza cioè con buona visibilità, con disponibilità di spazio al di fuori della carreggiata e devono comunque agire tutelando l’incolumità di tutti. Vito viene fermato nei pressi di una galleria e in curva. Successivamente non si sa per quale motivo scende dalla macchina e viene travolto da una bisarca che lo uccide. Vito viene dipinto dalla stampa come un pazzo che camminava lungo l’autostrada. La moglie si batte da allora per sapere come mai suo marito sia morto quel giorno mentre tornava a casa, ma gli è stato intimato di non sollevare un polverone in questa ricerca di verità e giustizia. Alcune persone accorsero sul luogo dell’incidente ma durante il processo nessuno di questi testimoni è mai stato chiamato a testimoniare e alcune prove, come il biglietto dell’autostrada, sono misteriosamente sparite.