ANDREA SOLDI (5 AGOSTO 2015)

Andrea SoldiAndrea Soldi, 45 anni, soffriva di schizofrenia ed è morto il 5 agosto 2015 durante un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Il fatto è successo a Torino, Andrea se ne stava seduto su una panchina in piazza Umbria, non distante dal centro cittadino: non soffriva di cuore, non aveva patologie cardiache pregresse. È morto a causa di un’ipossia, una carenza di ossigeno, prodotta dalla compressione del collo. A confermarlo è il risultato degli esami istologici svolti dal medico legale Valter Declame sui tessuti della vittima, esami che sono stati effettuati per ordine della Procura di Torino.  La sua morte, secondo la procura, è dovuta alle manovre messe in atto dai vigili per immobilizzarlo e caricarlo sull’ambulanza e alla mancanza di soccorsi quando la situazione si è aggravata. Gli esami sul corpo hanno anche rilevato un «danno cardiaco secondario», determinato dalla carenza di ossigeno. Gli amici di Andrea Soldi accusano: “Era tranquillo, non faceva niente di male a nessuno, stava qua al bar, o seduto sulla sua panchina, a volte chiedeva una sigaretta. Era una presenza amica. Sono venuti con una macchina nera sono scesi e si sono avvicinati alla panchina su cui era seduto Andrea. Un agente gli è andato dietro, l’ha afferrato per il collo, finché Andrea è diventato nero in volto. La lingua gli usciva dalla bocca. Poi l’hanno buttato giù, faccia a terra, vicino alla panchina. Lo hanno ammanettato dietro la schiena, come se dovessero portarlo in galera. È arrivata l’ambulanza, che era ferma qui davanti, e l’hanno caricato. Ma lui non si muoveva”.«È stato un intervento un po’ invasivo… lo hanno fatto un po’ soffocare». A parlare è l’autista dell’ambulanza che ha trasportato Andrea all’ospedale Maria Vittoria, un testimone importante perché ha visto tutto ed ha provato a reagire, suo malgrado, invano. Dopo che Andrea è stato fermato e ammanettato, l’uomo ha chiamato la centrale per riferire ciò che aveva visto e la sua preoccupazione. Quando ha telefonato, era agitato per due motivi: primo perché aveva appena assistito ad un intervento da parte degli agenti non del tutto ordinario, piuttosto “violento” e secondo perché sarebbe stato costretto a fare qualcosa che non avrebbe dovuto fare e che non rientrava nel protocollo di soccorso: caricare in ambulanza in posizione prona e ammanettato un paziente in crisi respiratoria. Esiste un protocollo che dal 2008 fornisce alla polizia municipale le indicazioni da seguire in caso di “accompagnamento coattivo in ospedale”. I vigili devono “cercare di essere accondiscendenti e concilianti evitando di parlare ad alta voce e di usare modi bruschi” tentando “per quanto possibile” di instaurare “un buon dialogo con il soggetto”. La forza si deve usare solo come ultima risorsa, in caso di manifesta pericolosità e per il tempo necessario a somministrare un sedativo. I carabinieri dei Nas sostengono che quel giorno Andrea non avrebbe dovuto essere trattenuto con la forza perché non era stato aggressivo né con altri né con se stesso. Come mai alla presenza di un agente d’esperienza – uno dei tre era formatore regionale – e di uno psichiatra di lungo corso la situazione è così degenerata? Perché tale violenza, visto che l’unica forza esercitata da Andrea era quella di non staccarsi dalla panchina? E perché nessuno lo ha rianimato?  Per la morte di Andrea sono stati iscritti sul registro degli indagati, con l’accusa di omicidio colposo, lo psichiatra e i tre vigili urbani che hanno effettuato il trattamento sanitario obbligatorio

MAURO GUERRA (29 LUGLIO 2015)

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Mauro Guerra, 33 anni, è morto a causa di un colpo di pistola sparato da un carabiniere il pomeriggio del 29 luglio in un campo di sterpaglie poco distante da casa sua a Carmignano di Sant’Urbano nel padovano: Mauro era scalzo e in mutande quando gli hanno sparato.Gli organi di stampa nelle ore successive al fatto hanno dato una serie di versioni molto diverse tra loro in merito all’accaduto. Secondo la prima versione (subito smentita dalla famiglia) i carabinieri sarebbero stati chiamati dalla famiglia del ragazzo il quale durante una lite avrebbe dato in escandescenza, da qui l’intervento dei militari per sottoporre Mauro ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio e Mauro che avrebbe tentato la fuga per sottrarsi al trattamento, ne sarebbe quindi nato un inseguimento e una colluttazione con uno dei carabinieri. Sempre secondo la versione dell’Arma il militare sarebbe stato colpito più volte dal ragazzo con un corpo contundente rimanendo ferito e riportando la frattura della teca cranica, della mandibola e di sei costole. A quel punto sarebbe arrivato il collega che vedendo il militare a terra sanguinante avrebbe estratto la pistola e sparato prima due colpi in aria e poi un terzo all’indirizzo di Mauro che è deceduto sul posto pochi istanti dopo essere stato colpito al fianco. Col passare delle ore questa versione ha subìto parecchi mutamenti e la stampa (in particolare Il Mattino di Padova) ha iniziato anche a screditare la vittima descrivendola come una persona disturbata e violenta asserendo inoltre: 1) che qualche giorno prima della morte Mauro si era recato presso la caserma dei carabinieri a consegnare un manoscritto delirante in cui parlava di Dio e del diavolo, di Ezechiele e del destino del mondo; 2) che qualche giorno prima della morte di Mauro i carabinieri avevano ricevuto la segnalazione di una famiglia che avrebbe visto Mauro nascosto dietro un cespuglio; 3) un compagno di palestra avrebbe ricevuto da Mauro una sberla senza motivo sempre qualche giorno prima della morte; 4) che quella mattina all’arrivo dei militari Mauro aveva occhi spiritati e parlava in modo incomprensibile; 5) che una volta ferito dal colpo di pistola avrebbe continuato con ferocia la sua azione interrotta solo dall’intervento di altri quattro carabinieri. Anche in merito alle lesioni riportate dal carabiniere c’è poca chiarezza visto che quelle sopracitate vengono poi ridimensionate in sospetta lesione cranica, frattura della mascella e una costola incrinata e il carabiniere che veniva dato in fin di vita è stato poi dimesso poche ore dopo l’accaduto. I familiari, con una telefonata al numero verde di Acad, hanno riferito una storia diversa: «Abbiamo la testimonianza di diverse persone che erano lì – racconta una parente – i carabinieri hanno la loro versione ma noi abbiamo i testimoni. Mauro era stato bloccato, già gli era stata infilata una delle manette ma il carabiniere lo ha aggredito e lui ha reagito. Non so cosa gli abbia detto ma è vero che Mauro lo ha colpito, due-tre pugni, non so. Così si è divincolato, si è girato ed è andato via quasi camminando, camminava, ma gli ha sparato alle spalle. E gli altri carabinieri, che erano a cento metri, quando sono arrivati, hanno continuato a prenderlo a calci quando già era a terra». secondo quanto ci ha detto la famiglia Mauro quella mattina era in casa con il fratello minore e il padre, non c’è stata alcuna lite in famiglia, non si capisce chi abbia allertato i carabinieri e l’ambulanza (tant’è che anche il padre di Mauro è rimasto sorpreso dall’arrivo dei militari) e il modulo per il Tso non avrebbe in calce né la firma di un medico né le firme delle Autorità del comune. Ad effettuare i rilievi sul posto gli stessi colleghi dei carabinieri coinvolti, una costante in casi del genere. La famiglia ad oggi non sa se nemmeno se il pm si sia mai recato sul luogo. «Nemmeno un cane si ammazza in questa maniera. Lo avete ucciso voi, vergognatevi!» Il carabiniere che ha sparato è stato iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio colposo e trasferito alla Legione Veneto. Circa una settimana dopo i fatti abbiamo appreso dalla stampa locale che altri due carabinieri sarebbero ricorsi alle cure mediche e si sarebbero fatti refertare una distorsione al polso e una frattura del metacarpo che avrebbero riportato durante la colluttazione con il giovane che, già ferito e morente, secondo loro continuava a picchiare con forza.

 

MASSIMILIANO MALZONE (8 GIUGNO 2015)

IMG_113639 anni, muore durante un Trattamento sanitario obbligatorio. Il 28 maggio era stato ricoverato nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’ospedale Sant’Arsenio, in provincia di Salerno. “Con maggiore sensibilità nostro fratello non sarebbe morto” ci tengono a specificare, ricordando quanto successo proprio la mattina del 28 maggio, quando polizia locale e dottori si recano a casa di Massimiliano. “L’hanno praticamente sequestrato, bloccandogli l’uscita di casa”, precisa il fratello, “tanto da scatenare la sua reazione”. Massimiliano, infatti, con una mazza di ferro si scagliò contro l’auto della polizia locale. “Ma non ha tentato di investire nessun dottore” aggiunge ancora la sorella, diversamente da quanto scritto sugli organi di stampa. Il ragazzo, in passato, aveva subito altri due Trattamenti sanitari obbligatori, nel 2010 e nel 2013. «Durante il suo penultimo ricovero mio fratello chiamava due, ma, anche tre volte al giorno. Quest’ultima volta no. I medici, quando chiamavo in reparto, racconta Adele, sorella di Massimiliano, mi dicevano che mio fratello stava benino, ma che aveva un atteggiamento aggressivo». Questa, secondo la signora Adele, è stata la motivazione utilizzata dai sanitari per vietare ai familiari di entrare in reparto. «Io ho chiamato sempre in ospedale per sapere come stava Massimiliano». Massimiliano, durante il suo ultimo ricovero, ha contattato la famiglia una sola volta. Poche ore prima del decesso. Lo ha fatto, intorno alle 12.45 di lunedì 8 giugno, utilizzando un cellulare che gli avrebbe prestato forse una paziente. Il ragazzo voleva contattare un legale. «Deve dargli il numero dell’avvocato, vogliono farci passare per pazzi qua dentro», avrebbe detto la compagna di stanza di Massimiliano alla sorella del ragazzo. Adele ricorda che la telefonata fu interrotta bruscamente. Alle 17, secondo quanto affermato dai medici in reparto, il ragazzo stava bene. Dopo meno di 3 ore la notizia del decesso. «Com’è possibile? – si chiede Adele — Com’è successo?». Massimiliano, secondo i medici, sarebbe morto per arresto cardiaco dopo che era stato accompagnato in bagno in quanto presentava difficoltà di deambulazione. Il primario assicura che l’uomo “era tranquillo e negli ultimi 4-5 giorni aveva anche quasi eliminato l’uso di farmaci; i parametri sia con l’elettrocardiogramma che per quanto concerne la pressione arteriosa erano risultati nella norma. Mangiava anche in maniera normale: l’altra sera gli fu ordinata anche una pizza visto che non gradiva il cibo somministrato dall’ospedale. L’attenzione era massima – conclude – la sua stanza era di fronte a quella degli infermieri. Nulla quindi è stato lasciato al caso o all’improvvisazione”. La procura di Lagonegro ha avviato un’indagine per accertare le cause del decesso. La storia di Massimiliano richiama alla memoria quella di Francesco Mastrogiovanni, maestro di Castelnuovo Cilento deceduto nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura di Vallo della Lucania il 4 agosto 2009. Il medico che avvisa Adele della morte del fratello è lo stesso già condannato a 4 anni in primo grado per il decesso di Mastrogiovanni con l’accusa di sequestro di persona, morte come conseguenza di altro reato e falso ideologico, per non aver annotato la contenzione meccanica nella cartella clinica.

DAVIDE BIFOLCO (5 SETTEMBRE 2014)

davide bifolcoLa triste storia di Davide si svolge nel quartiere Traiano a Napoli nella notte tra il 4 e il 5 settembre. Sono le 2.30 di quella notte e Davide è fuori in motorino con due suoi amici. Il motorino incrocia una gazzella dei carabinieri. Gli agenti avrebbero riconosciuto in uno dei tre ragazzi un latitante. Intimano l’alt ma il motorino non si sarebbe fermato e comincia quindi un inseguimento. Ad un certo punto il motorino cade e i tre ragazzi si ritrovano sull’asfalto, uno dei carabinieri scende dalla macchina pistola alla mano. Accidentalmente parte un colpo che raggiunge Davide in pieno cuore. Davide viene caricato sull’ambulanza ma sfortunatamente giunge morto all’ospedale. Questa almeno è la versione di carabinieri e organi di stampa. Le cose sarebbero andate ben diversamente e già nei giorni successivi al fatto la versione dell’agente viene smontata pezzo per pezzo. A quanto raccontano i testimoni quella notte non ci sarebbe stato nessun posto di blocco e uno dei carabinieri, proprio quello che ha sparato, aveva finito il turno a mezzanotte. La domanda è cosa ci facesse due ore e mezzo dopo ancora sulla gazzella e con un colpo in canna. Sul motorino non ci sarebbe stato nessun latitante. Equabile in un intervista pubblica nega che quella notte si trovava al bordo del mezzo. Il motorino sarebbe stato speronato dalla gazzella e i ragazzi avrebbero fatto un volo di alcune decine di metri. A quel punto due scappano impauriti mentre Davide mentre stava per rialzarsi viene raggiunto al cuore da un colpo di arma da fuoco. Davide muore sul colpo. La madre accorsa pochi istanti dopo afferma che per suo figlio ormai non c’era più niente da fare. I lati oscuri di questa storia sono tanti: la scena del delitto viene inquinata da subito in quanto macchine e motorino vengono spostati, sul posto arriva un’ambulanza che sta ferma quasi cinquanta minuti. Che qualcosa non quadra è evidente: il referto dice che Davide è morto durante il trasporto, come mai l’ambulanza non parte subito verso l’ospedale se le condizioni del ragazzo erano gravi? Secondo alcuni testimoni Davide viene fatto portare via dallo stesso carabiniere che rivolgendosi a medico e infermieri dice “Alzatelo che sennò mi rovinate”. A difesa del carabiniere si sono subito schierati i mass media facendo una cattiva informazione con lo scopo di giustificare quello sparo. Si continua a parlare di posto di blocco, di colpo accidentale in un quartiere quello traiano dove spaccio e camorra la fanno da padrone.E’ stato detto che Davide aveva 17 anni per farlo sembrare un pò più grande e che il carabiniere aveva 22 anni, con lo scopo di farlo passare come il giovane inesperto che in un contesto come quello avrebbe potuto benissimo compiere un errore. Anche questa cosa è stata subito smentita in quanto l’agente di anni ne ha 32 di cui 11 di servizio alle spalle. Insomma troppi lati oscuri in questa vicenda. L’unica cosa certa è che un ragazzo è morto a soli 16 anni senza un perchè.

VINCENZO SAPIA (24 MAGGIO 2014)

Vincenzo SapiaVincenzo Sapia è un ragazzone di 29 anni e oltre 100 chili con qualche problema di salute. Sono circa le dodici, quando decide di uscire di casa. Assume i suoi farmaci quotidiani e saluta la madre, intenta a cucinare. «Dove vai Vince’? prova la madre a fermarlo – è quasi pronto…». «Vado a prendere un cane – risponde il ragazzo – e torno presto».
Vincenzo si incammina verso l’ufficio postale del paese che dista poche centinaia di metri. C’è un palazzo di tre piani. Lì, Vincenzo è convinto di trovare un cagnolino. Entra nel portone, sale un piano e comincia a bussare con vemenza ad una porta. La padrona di casa non apre, i vicini hanno paura e telefonano ai carabinieri. Vincenzo riscende. Attende nello spiazzo antistante l’ufficio postale e, intanto, arrivano le forze dell’ordine. Il maresciallo si è insediato da poco tempo e non sa ancora chi è Vincenzo, ma gli altri carabinieri lo conoscono bene. Inizia un dialogo tra i militari e Vincenzo, molto probabilmente per l’insistenza da parte dei carabinieri nella richiesta dei documenti, si innervosisce. Diversi testimoni raccontato che Vincenzo si denuda, rimanendo in mutande. I carabinieri allora decidono di intervenire per bloccare il ragazzo e in tre si adoperarono per immobilizzarlo. Poi, un vuoto nella ricostruzione, ma un esito certo, un finale tragico: Vincenzo giace a terra morto. Sopraggiungono amici e parenti, tutti a chiedersi cosa sia successo, come sia morto il ragazzo. La madre chiede che il corpo, ormai senza vita, venga coperto con un lenzuolo. Tutti attendono risposte che, però, non arrivano. L’area viene transennata, si parla di un infarto, ma sono in molti a non accettare questa spiegazione. Arriva l’ambulanza e la polizia scientifica per i rilievi fotografici, mentre i carabinieri si allontanano e gli animi cominciano ad esasperarsi. Sono attimi concitati: il padre alza la voce, gli amici chiedono giustizia. Il corpo di Vincenzo rimane più di tre ore sull’asfalto rovente prima di essere caricato su un’ambulanza in direzione dell’obitorio. La procura di Castrovillari, decide di indagare i tre carabinieri intervenuti per omicidio colposo: un atto dovuto. L’indagine è complicata, anche per il silenzio piombato intorno alla vicenda. Indiscrezioni giornalistiche, qualche mese più tardi, parlano dell’assenza di segni di violenza. Un semplice infarto e il caso, almeno per l’opinione pubblica, è chiuso. Ma ci sono troppe domande senza una risposta. La famiglia attende di sapere come è possibile che un ragazzo che non aveva mai avuto alcun problema cardiaco sia potuto morire d’infarto all’improvviso, quali siano stati i metodi di contenimento delle forze dell’ordine, perché nessuno dei testimoni abbia mai voluto parlare con i giornalisti, cosa abbiano ripreso le telecamere di sicurezza del vicino ufficio postale.

 

RICCARDO MAGHERINI (3 MARZO 2014)

magheriniRiccardo Magherini era un giovane uomo di quarant’anni che amava la vita e amava sorridere. Marito di Rozangela e padre di Brando, un bambino di due anni.
Piccolo imprenditore fiorentino, ed ex giocatore della Fiorentina, abitava nel popolare quartiere di San Frediano a Firenze. Una persona perbene, totalmente integrata nel tessuto sociale della città e del quartiere. Una persona attiva, solare, generosa, che svolgeva le sue attività anche viaggiando e con contatti di amicizia in tutto il mondo.
Riccardo amava ed era amato da tutti.
La notte tra il 2 e il 3 marzo Riccardo è fuori per una cena di lavoro. Dopo cena, nel tragitto verso casa succede qualcosa che lo spaventa, scende dal taxi visibilmente agitato e lascia sull’auto tutti suoi effetti personali: è in preda ad un attacco di panico. Arriva nel suo quartiere – Borgo San Frediano – cercando e gridando AIUTO. Molte persone chiamano allora i carabinieri per segnalare quella che non è altro che la semplice ed accorata richiesta di soccorso di una persona in difficoltà. Una volta giunti sul posto, i carabinieri immobilizzano Riccardo e lo ammanettano tenendolo a terra in posizione prona. Il tutto avviene per strada, davanti a molti testimoni che raccontano di calci sferrati a Riccardo mentre era immobilizzato a terra. Alcune persone si affacciano alla finestra e assistono alla scena filmando il tutto. Si sente Riccardo che grida “aiuto”, “mi sparano”, “aiuto aiuto sto morendo” qualcuno grida “no i calci no!”. In seguito, nella ricostruzione dei concitati momenti dell’intervento, le lacune non tardano ad evidenziarsi: all’1,21 uno dei militari chiama la centrale operativa spiegando che sono intervenuti su una persona “completamente di fuori, a petto nudo, che urla”. All’1,24, il 118 invia una ambulanza. Parte un mezzo dalla vicina sede della Croce Rossa, con tre volontari a bordo. All’1,31 , la centrale operativa dei carabinieri chiama di nuovo il 118 perché si sente la sirena ma l’ambulanza non è ancora arrivata e l’arrestato “fa ancora come un matto”. All’1,32, il 118 contatta la sede della Croce Rossa e un minuto più tardi, uno dei volontari chiama il 118, annuncia di essere sul posto e spiega che l’uomo “ha reagito in maniera violenta, gli sono addosso in due per tenerlo fermo e vogliono il medico” e che il medico è necessario per sedare l’arrestato. Si saprà poi che all’arrivo di quella prima ambulanza, Riccardo che giace a terra, è oramai immobile e silenzioso . Condizione, la sua, di cui il volontario non fa cenno, anzi, omette di specificarla alla centrale del 118, che all’1,35 contatta l’automedica . La situazione , invece, si profila immediatamente difficile e viene trascurata fino al tragico epilogo, tanto che l’ operatrice scherza, non avendo il minimo sentore del dramma incombente: “Ci vogliono due uomini forti, c’è uno che ha tirato le manette a un carabiniere, freddo non gli prende perché c’ha due carabinieri sopra”. Da questa frase, è evidente piuttosto, che almeno due carabinieri continuano a stare sul corpo di Riccardo anche dopo che quest’ultimo ha smesso di urlare e divincolarsi: Riccardo è già morto. E i necessari primi soccorsi di fatto vengono impediti. La famiglia , ha deciso di sporgere denuncia verso i 4 carabinieri per omicidio preterintenzionale e verso gli operatori del 118 per omicidio colposo. I testimoni infatti hanno affermato che per immobilizzare Riccardo i 4 agenti abbiano usato – come si legge nella denuncia sporta dal fratello e dal padre – “un uso della forza non previsto e contemplato nelle tecniche di immobilizzazione delle forze dell’ordine, fra cui: presa e stretta del collo con le mani; calci quantomeno ai fianchi-addome anche nel momento in cui era già steso prono a terra; prolungata pressione di più agenti sul suo corpo, compreso il tronco, in posizione prona sull’asfalto”. Inoltre, in attesa dell’ambulanza con il medico, durante l’intervento dei primi sanitari sul posto «non hanno provveduto nemmeno a rimuovere Riccardo da quella posizione (peraltro con l’addome scoperto appoggiato sull’asfalto freddo) né a liberarlo dalle manette, al fine di consentirgli quantomeno una migliore respirazione» i 4 agenti – non trovavano – le chiavi delle manette. E’ importante sottolineare, che nel verbale autoptico redatto dalla procura fiorentina, si esclude che la morte sia stata causata in forma esclusiva da overdose di cocaina come altresì sostenuto dai legali della difesa, dal momento che nel sangue è stato trovato un quantitativo di coca pari a 0,3 mg.
L’autopsia indica che le concause della morte, sono la disfunzione cardiaca dovuta allo stato di agitazione e stress procurati dalla situazione che stava vivendo Riccardo in quel momento e all’ASFISSIA, che di certo non si è procurato da solo. Sul corpo di Riccardo sono stati inoltre rinvenuti, numerosi segni della violenza subita quella notte, dalla “frattura costale e dello sterno con aspetti di vitalità”, alle varie emorragie interne tra cui quella al fegato in corrispondenza dei calci subiti.
Da subito parte un tentativo organizzato di insabbiamento e depistaggio su quanto accaduto. I 4 agenti coinvolti provvedono ad esporre denuncia contro Riccardo stesso, e a farsi refertare i presunti danni subiti in una presunta colluttazione, Riccardo viene denunciato per resistenza a pubblico ufficiale, violenze, furto di un telefonino ( lo aveva preso proprio per chiedere AIUTO). Le persone presenti, che hanno riferito delle percosse e delle vicende che quella notte, hanno condotto alla morte di Riccardo, sono state intimidite e minacciate. Addirittura, si annuncia un processo per direttissima, in cui si omette di comunicare ai testimoni della morte dell’ ”imputato”. Infine, non tutto il materiale audio fornito dal 118 è stato prodotto dalla procura, tant’è che risulta mancante proprio un colloquio telefonico in cui si rileva come i soccorsi siano stati impediti dagli agenti presenti.
E continua, in un seguito grottesco: non soddisfatti del verbale autoptico firmato da tutti i periti, il tossicologo nominato dalla procura Prof. Mari (anch’egli firmatario del verbale!), chiede di essere affiancato per una consulenza tossicologica dalla Prof.ssa Bertol (SUA MOGLIE!!), al fine di sottolineare e avvalorare la tesi della morte provocata dalla assunzione di sostanze stupefacenti. In definitiva, solo per l’azione decisa e ferma della famiglia Magherini, che da subito ha rivendicato il diritto ad una verità che sembrava negata dalle autorità, affiancata dall’avvocato Fabio Anselmo, e sostenuta dalla mobilitazione, cresciuta in città – e non solo – a seguito dell’emergere di elementi che raccontavano una storia totalmente diversa da quella “ufficiale”, hanno impedito che la morte di Riccardo finisse nel troppo lungo elenco di quelle dimenticate e negate.

Oltre alla Commissione per i Diritti Umani del Senato, che ha presentato un’interrogazione parlamentare per denunciare i “comportamenti illegali” dei carabinieri intervenuti quella notte, anche Amnesty International ha indirizzato una lettera aperta al Ministero dell’Interno per chiedere chiarezza sulle indagini svolte dalla Procura di Firenze.

Riccardo muore schiacciato sull’asfalto, “Aiuto, ho un figliolo, basta”. Muore quando il primo 118 arriva senza medico a bordo; muore perché la seconda ambulanza giunge dopo quindici minuti e la manovra di rianimazione è oramai inutile

FRANCESCO SMERAGLIUOLO (8 GIUGNO 2013)

smeragliuoloFrancesco Smeragliuolo, 22 anni, arrestato il 1° maggio 2013 per una rapina. 39 giorni di carcere gli sono costati prima sedici chili e poi la vita stessa. E’ morto nel carcere di Monza sabato 8 giugno e sua madre, Giovanna D’Aiello, vorrebbe vederci chiaro. Per questo si rivolta ad alcune associazioni come Antigone, A buon diritto e Acad. Esclusa l’ipotesi del suicidio. In una lettera recente alla fidanzata Francesco pensava “ai tanti progetti insieme”. L’autopsia, disposta dal magistrato, avrebbe escluso che la morte sia avvenuta per cause violente o per intossicazione da farmaci o droghe. Il responso è stato il solito: “decesso causato da arresto cardiocircolatorio”. Dalla casa circondariale nessuna spiegazione sul decesso, avvenuto nel pomeriggio di sabato 8 giugno. Il giovane si sarebbe sentito male ed è stato attivato il 118 in codice rosso. La direttrice si è limitata a dire: «C’è un’indagine in corso, bisogna attendere l’esito».

BOHLI KAYES (5 GIUGNO 2013)

kayesUna morte sospetta, una foto agghiacciante e un “corvo” in caserma. Il caso è quello di Kayes Bohli, 36 anni, pregiudicato tunisino deceduto all’ospedale di Sanremo subito dopo l’arresto. Sono le 19.05, una telefonata anonima al 112 segnala uno spacciatore all’opera, i carabinieri si precipitano nel piazzale del supermercato Lidl di Riva Ligure, Bohli – vecchia conoscenza delle forze dell’ordine – si dà alla fuga. Poi il guardrail che Bohli non riesce a saltare, la caduta, il tentativo di sottrarsi all’arresto che sfocia in una colluttazione. “Uno dei carabinieri stava seduto a terra e teneva in grembo, stretta fra le cosce e rivolta a terra, la testa del tunisino. Contemporaneamente gli premeva sulla schiena con il suo corpo per tenerlo fermo”. E’ la ricostruzione fatta alla procura di Sanremo da un testimone oculare dei momenti decisivi della cattura e dell’immobilizzazione di Bohli. L’uomo è deceduto a causa della pressione sulla schiena subita nel corso del fermo. L’asfissia conseguente lo ha prima indebolito e poi ucciso nel giro di un paio d’ore. Il procuratore capo Roberto Cavallone non ha usato giri di parole: “Non è stato un caso Cucchi, tutto è durato al massimo 3 minuti, ma almeno uno dei carabinieri ha ecceduto nell’uso della forza e di questa morte deve farsi carico lo Stato e chiedere scusa ai famigliari della vittima”. Per l’episodio sono indagati per omicidio colposo i tre carabinieri della stazione di Santo Stefano al Mare che eseguirono l’operazione e che sono stati tutti trasferiti. Si aggiunge un nuovo, inquietante elemento il “corvo”. Ovvero il carabiniere, ancora in via di identificazione, che in quella drammatica serata del 5 giugno, nell’atrio della caserma, mentre i colleghi chiedevano l’intervento di un’ambulanza, ha scattato almeno una foto con un cellulare. L’immagine cui stanno ora lavorando gli inquirenti, è cruda. Sotto la testa una giacca ripiegata che gli fa da cuscino. Sullo zigomo destro un’ecchimosi, diverse escoriazioni su entrambi gli avambracci.

ETTORE STOCCHINO (10 LUGLIO 2012)

stocchinoEttore è uscito di casa alle 3.45 del mattino del 10 luglio 2012 ed è stato ritrovato cadavere alle 9.30 dello stesso giorno. Il padre ha dichiarato:”Quelle che risultano essere misteriose sono le modalità, la definizione più che fantasiosa del suicidio, molti retroscena e fatti antecedenti che il magistrato non ha voluto considerare. Ettore un mese prima era stato fermato e minacciato da una pattuglia dei carabinieri di Segrate esattamente a poche decine di metri dove è stato poi dopo un mese rinvenuto cadavere”. Secondo i carabinieri e la stampa la tesi del suicidio sarebbe molto valida in quanto il padre è una trans in terapia ormonale che ha dichiarato: “non entro in merito, ora, del fatto che non avesse motivo per suicidarsi, tuttavia anche nelle modalità non mi tornano un sacco di cose, anche perché ho fatto immediatamente un sopralluogo sul luogo del ritrovamento. Alla luce di tutto ciò,oggi,a più di un anno dal fatto mi ritrovo con tutti i miei pc e cellulari sequestrati,nessuna notizia dell’esame autoptico e nessuna considerazione da parte del magistrato.” Primi dubbi sollevati dal padre: 1)Oltre a dover scavalcare un cancello si è dovuto arrampicare per un traliccio di ben 12 metri. Sforzo sovrumano per un fisico come era il suo : cicciottello, goffo e poco avvezzo agli sforzi fisici, che evitava sempre accuratamente. A scuola si faceva persino esonerare dall’educazione fisica. 2) Posizione anomala del corpo. Escoriazioni ed ecchimosi (tipiche da pestaggio scientifico) su parte bassa della schiena, ginocchia e gomiti (come se fosse stato trascinato lì). Viso e testa apparentemente intatti (purtroppo nelle foto pubblicate il viso non è visibile) a parte un rivolino di sangue dal naso e forse dalla bocca. Assenza di grosse perdite ematiche sul luogo. 3)T-shirt strappata, cinghia slacciata, pantaloncini abbassati e parzialmente strappati (erano nuovi di negozio). 4)Zero movente dal momento che finalmente tutto ciò per cui aveva lavorato e gran parte dei suoi progetti si stavano realizzando. 5)Conosceva il posto molto bene in quanto spesso ci andava a riflettere e meditare in santa pace. Ora le mie impressioni mi fanno ritenere in base a ciò, che l’ipotesi di suicidio sia quantomeno affrettata ed inconsistente. E qui partono le domande..doveva incontrare qualcuno conosciuto sul web?….qualcuno gli ha teso una trappola?….o forse ha trovato i suoi assassini per sbaglio ? Chi ha trovato davanti a sé ? “. Durante la notte il padre accortosi che il figlio non era in casa si è allarmato e ha chiesto notizie dapprima al 118 con esito negativo, è successivamente uscito di casa con la speranza di intercettare il figlio o la sua auto, esito ancora negativo. Si è messo allora sul balcone a scrutare la strada provinciale con la speranza di avvistarlo. Alle ore 5.00 avvista una fiat stilo dei carabinieri che (proveniente dal luogo dove Ettore è stato poi ritrovato) sgommando e con lampeggianti accesi si dirige verso la caserma. Da quel momento comincia a telefonare ai carabinieri dai quali riceve risposta solo verso le 7,40 con invito a presentarsi per la segnalazione della scomparsa in caserma alle 9,15, segnalazione che viene poi effettuata. Alle 10,30 il padre viene ricontattato ed invitato a presentarsi presso la caserma ed è solo in quel momento che apprende della tragica morte del figlio, con l’atroce sospetto che in caserma già sapessero della morte da diverse ore.

MARCELO VALENTINO GOMEZ CORTES (13 FEBBRAIO 2012)

cortesMarcelo Valentino Gomez Cortes era un ragazzo cileno di 29 anni viveva a Milano ed era pregiudicato. Marcelo era colpevole solo di correre, di scappare dal luogo di una rissa. Il destino ha voluto che sulla sua strada trovasse Alessandro Amigoni, vigile urbano di Milano. Dalle prime ricostruzioni l’agente afferma che Cortes era armato e che a solo scopo intimidatorio e con l’arma non rivolta verso la vittima avrebbe esploso un colpo da una distanza di 15 – 20 metri. La perizia disposta dal Pm invece ha accertato che il colpo esploso dall’agente è partito da una distanza che va da un minimo di 50 centimetri ad un massimo di 2 metri e 80 centimetri. Il colpo secondo le indagini avrebbe raggiunto Cortes alla schiena mentre correva e sarebbe uscito dal cuore. Amigoni è stato condannato a dieci anni di reclusione, sentenza pronunciata al termine del processo con rito abbreviato dal gup Stefania Donadeo, che ha comunque riconosciuto all’imputato le attenuanti del caso respingendo la richiesta del Pm di 14 anni di reclusione. Unico risarcimento previsto 180 mila euro a testa per ognuno dei due figli di Cortes.