ANDREA SOLDI (5 AGOSTO 2015)

Andrea SoldiAndrea Soldi, 45 anni, soffriva di schizofrenia ed è morto il 5 agosto 2015 durante un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Il fatto è successo a Torino, Andrea se ne stava seduto su una panchina in piazza Umbria, non distante dal centro cittadino: non soffriva di cuore, non aveva patologie cardiache pregresse. È morto a causa di un’ipossia, una carenza di ossigeno, prodotta dalla compressione del collo. A confermarlo è il risultato degli esami istologici svolti dal medico legale Valter Declame sui tessuti della vittima, esami che sono stati effettuati per ordine della Procura di Torino.  La sua morte, secondo la procura, è dovuta alle manovre messe in atto dai vigili per immobilizzarlo e caricarlo sull’ambulanza e alla mancanza di soccorsi quando la situazione si è aggravata. Gli esami sul corpo hanno anche rilevato un «danno cardiaco secondario», determinato dalla carenza di ossigeno. Gli amici di Andrea Soldi accusano: “Era tranquillo, non faceva niente di male a nessuno, stava qua al bar, o seduto sulla sua panchina, a volte chiedeva una sigaretta. Era una presenza amica. Sono venuti con una macchina nera sono scesi e si sono avvicinati alla panchina su cui era seduto Andrea. Un agente gli è andato dietro, l’ha afferrato per il collo, finché Andrea è diventato nero in volto. La lingua gli usciva dalla bocca. Poi l’hanno buttato giù, faccia a terra, vicino alla panchina. Lo hanno ammanettato dietro la schiena, come se dovessero portarlo in galera. È arrivata l’ambulanza, che era ferma qui davanti, e l’hanno caricato. Ma lui non si muoveva”.«È stato un intervento un po’ invasivo… lo hanno fatto un po’ soffocare». A parlare è l’autista dell’ambulanza che ha trasportato Andrea all’ospedale Maria Vittoria, un testimone importante perché ha visto tutto ed ha provato a reagire, suo malgrado, invano. Dopo che Andrea è stato fermato e ammanettato, l’uomo ha chiamato la centrale per riferire ciò che aveva visto e la sua preoccupazione. Quando ha telefonato, era agitato per due motivi: primo perché aveva appena assistito ad un intervento da parte degli agenti non del tutto ordinario, piuttosto “violento” e secondo perché sarebbe stato costretto a fare qualcosa che non avrebbe dovuto fare e che non rientrava nel protocollo di soccorso: caricare in ambulanza in posizione prona e ammanettato un paziente in crisi respiratoria. Esiste un protocollo che dal 2008 fornisce alla polizia municipale le indicazioni da seguire in caso di “accompagnamento coattivo in ospedale”. I vigili devono “cercare di essere accondiscendenti e concilianti evitando di parlare ad alta voce e di usare modi bruschi” tentando “per quanto possibile” di instaurare “un buon dialogo con il soggetto”. La forza si deve usare solo come ultima risorsa, in caso di manifesta pericolosità e per il tempo necessario a somministrare un sedativo. I carabinieri dei Nas sostengono che quel giorno Andrea non avrebbe dovuto essere trattenuto con la forza perché non era stato aggressivo né con altri né con se stesso. Come mai alla presenza di un agente d’esperienza – uno dei tre era formatore regionale – e di uno psichiatra di lungo corso la situazione è così degenerata? Perché tale violenza, visto che l’unica forza esercitata da Andrea era quella di non staccarsi dalla panchina? E perché nessuno lo ha rianimato?  Per la morte di Andrea sono stati iscritti sul registro degli indagati, con l’accusa di omicidio colposo, lo psichiatra e i tre vigili urbani che hanno effettuato il trattamento sanitario obbligatorio

MAURO GUERRA (29 LUGLIO 2015)

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Mauro Guerra, 33 anni, è morto a causa di un colpo di pistola sparato da un carabiniere il pomeriggio del 29 luglio in un campo di sterpaglie poco distante da casa sua a Carmignano di Sant’Urbano nel padovano: Mauro era scalzo e in mutande quando gli hanno sparato.Gli organi di stampa nelle ore successive al fatto hanno dato una serie di versioni molto diverse tra loro in merito all’accaduto. Secondo la prima versione (subito smentita dalla famiglia) i carabinieri sarebbero stati chiamati dalla famiglia del ragazzo il quale durante una lite avrebbe dato in escandescenza, da qui l’intervento dei militari per sottoporre Mauro ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio e Mauro che avrebbe tentato la fuga per sottrarsi al trattamento, ne sarebbe quindi nato un inseguimento e una colluttazione con uno dei carabinieri. Sempre secondo la versione dell’Arma il militare sarebbe stato colpito più volte dal ragazzo con un corpo contundente rimanendo ferito e riportando la frattura della teca cranica, della mandibola e di sei costole. A quel punto sarebbe arrivato il collega che vedendo il militare a terra sanguinante avrebbe estratto la pistola e sparato prima due colpi in aria e poi un terzo all’indirizzo di Mauro che è deceduto sul posto pochi istanti dopo essere stato colpito al fianco. Col passare delle ore questa versione ha subìto parecchi mutamenti e la stampa (in particolare Il Mattino di Padova) ha iniziato anche a screditare la vittima descrivendola come una persona disturbata e violenta asserendo inoltre: 1) che qualche giorno prima della morte Mauro si era recato presso la caserma dei carabinieri a consegnare un manoscritto delirante in cui parlava di Dio e del diavolo, di Ezechiele e del destino del mondo; 2) che qualche giorno prima della morte di Mauro i carabinieri avevano ricevuto la segnalazione di una famiglia che avrebbe visto Mauro nascosto dietro un cespuglio; 3) un compagno di palestra avrebbe ricevuto da Mauro una sberla senza motivo sempre qualche giorno prima della morte; 4) che quella mattina all’arrivo dei militari Mauro aveva occhi spiritati e parlava in modo incomprensibile; 5) che una volta ferito dal colpo di pistola avrebbe continuato con ferocia la sua azione interrotta solo dall’intervento di altri quattro carabinieri. Anche in merito alle lesioni riportate dal carabiniere c’è poca chiarezza visto che quelle sopracitate vengono poi ridimensionate in sospetta lesione cranica, frattura della mascella e una costola incrinata e il carabiniere che veniva dato in fin di vita è stato poi dimesso poche ore dopo l’accaduto. I familiari, con una telefonata al numero verde di Acad, hanno riferito una storia diversa: «Abbiamo la testimonianza di diverse persone che erano lì – racconta una parente – i carabinieri hanno la loro versione ma noi abbiamo i testimoni. Mauro era stato bloccato, già gli era stata infilata una delle manette ma il carabiniere lo ha aggredito e lui ha reagito. Non so cosa gli abbia detto ma è vero che Mauro lo ha colpito, due-tre pugni, non so. Così si è divincolato, si è girato ed è andato via quasi camminando, camminava, ma gli ha sparato alle spalle. E gli altri carabinieri, che erano a cento metri, quando sono arrivati, hanno continuato a prenderlo a calci quando già era a terra». secondo quanto ci ha detto la famiglia Mauro quella mattina era in casa con il fratello minore e il padre, non c’è stata alcuna lite in famiglia, non si capisce chi abbia allertato i carabinieri e l’ambulanza (tant’è che anche il padre di Mauro è rimasto sorpreso dall’arrivo dei militari) e il modulo per il Tso non avrebbe in calce né la firma di un medico né le firme delle Autorità del comune. Ad effettuare i rilievi sul posto gli stessi colleghi dei carabinieri coinvolti, una costante in casi del genere. La famiglia ad oggi non sa se nemmeno se il pm si sia mai recato sul luogo. «Nemmeno un cane si ammazza in questa maniera. Lo avete ucciso voi, vergognatevi!» Il carabiniere che ha sparato è stato iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio colposo e trasferito alla Legione Veneto. Circa una settimana dopo i fatti abbiamo appreso dalla stampa locale che altri due carabinieri sarebbero ricorsi alle cure mediche e si sarebbero fatti refertare una distorsione al polso e una frattura del metacarpo che avrebbero riportato durante la colluttazione con il giovane che, già ferito e morente, secondo loro continuava a picchiare con forza.

 

MASSIMILIANO MALZONE (8 GIUGNO 2015)

IMG_113639 anni, muore durante un Trattamento sanitario obbligatorio. Il 28 maggio era stato ricoverato nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’ospedale Sant’Arsenio, in provincia di Salerno. “Con maggiore sensibilità nostro fratello non sarebbe morto” ci tengono a specificare, ricordando quanto successo proprio la mattina del 28 maggio, quando polizia locale e dottori si recano a casa di Massimiliano. “L’hanno praticamente sequestrato, bloccandogli l’uscita di casa”, precisa il fratello, “tanto da scatenare la sua reazione”. Massimiliano, infatti, con una mazza di ferro si scagliò contro l’auto della polizia locale. “Ma non ha tentato di investire nessun dottore” aggiunge ancora la sorella, diversamente da quanto scritto sugli organi di stampa. Il ragazzo, in passato, aveva subito altri due Trattamenti sanitari obbligatori, nel 2010 e nel 2013. «Durante il suo penultimo ricovero mio fratello chiamava due, ma, anche tre volte al giorno. Quest’ultima volta no. I medici, quando chiamavo in reparto, racconta Adele, sorella di Massimiliano, mi dicevano che mio fratello stava benino, ma che aveva un atteggiamento aggressivo». Questa, secondo la signora Adele, è stata la motivazione utilizzata dai sanitari per vietare ai familiari di entrare in reparto. «Io ho chiamato sempre in ospedale per sapere come stava Massimiliano». Massimiliano, durante il suo ultimo ricovero, ha contattato la famiglia una sola volta. Poche ore prima del decesso. Lo ha fatto, intorno alle 12.45 di lunedì 8 giugno, utilizzando un cellulare che gli avrebbe prestato forse una paziente. Il ragazzo voleva contattare un legale. «Deve dargli il numero dell’avvocato, vogliono farci passare per pazzi qua dentro», avrebbe detto la compagna di stanza di Massimiliano alla sorella del ragazzo. Adele ricorda che la telefonata fu interrotta bruscamente. Alle 17, secondo quanto affermato dai medici in reparto, il ragazzo stava bene. Dopo meno di 3 ore la notizia del decesso. «Com’è possibile? – si chiede Adele — Com’è successo?». Massimiliano, secondo i medici, sarebbe morto per arresto cardiaco dopo che era stato accompagnato in bagno in quanto presentava difficoltà di deambulazione. Il primario assicura che l’uomo “era tranquillo e negli ultimi 4-5 giorni aveva anche quasi eliminato l’uso di farmaci; i parametri sia con l’elettrocardiogramma che per quanto concerne la pressione arteriosa erano risultati nella norma. Mangiava anche in maniera normale: l’altra sera gli fu ordinata anche una pizza visto che non gradiva il cibo somministrato dall’ospedale. L’attenzione era massima – conclude – la sua stanza era di fronte a quella degli infermieri. Nulla quindi è stato lasciato al caso o all’improvvisazione”. La procura di Lagonegro ha avviato un’indagine per accertare le cause del decesso. La storia di Massimiliano richiama alla memoria quella di Francesco Mastrogiovanni, maestro di Castelnuovo Cilento deceduto nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura di Vallo della Lucania il 4 agosto 2009. Il medico che avvisa Adele della morte del fratello è lo stesso già condannato a 4 anni in primo grado per il decesso di Mastrogiovanni con l’accusa di sequestro di persona, morte come conseguenza di altro reato e falso ideologico, per non aver annotato la contenzione meccanica nella cartella clinica.

ARNALDO CESTARO

arnaldoArnaldo Cestaro è nato ad Agugliaro, in provincia di Vicenza, l’11 maggio del 1939. Fin da giovane aveva aderito al Partito Comunista e, nell’estate del 2001 partì per Genova per partecipare alle manifestazioni di protesta contro il G8. Arrivato nel capoluogo, il 21 luglio partecipò alla manifestazioni della mattinata e, verso sera, decise di trascorrere la notte in città ma, non conoscendola, chiese quindi consiglio ad una signora che lo accompagnò alla scuola Diaz. L’irruzione della polizia nella scuola, avvenne pochi minuti prima della mezzanotte mentre diversi ospiti già si erano addormentati. A dare il via all’irruzione è stato per primo il Reparto mobile di Roma seguito poi da quello di Genova e Milano. Alcuni degli ospiti all’interno della scuola, tra i quali numerosi stranieri, riposavano nei sacchi a pelo, stesi nella palestra della scuola. Mark Covell, un giornalista inglese, fu la prima persona che i poliziotti incontrarono al di fuori dell’edificio e fu sottoposto ad una serie di colpi che lo fecero finire in coma. Durante l’irruzione gli agenti di polizia aggredirono violentemente chi si trovava nella scuola, ferendo 82 persone su un totale di 93 arrestati. Tra gli arrestati 63 furono portati in ospedale e 19 furono portati nella caserma della polizia di Bolzaneto. In base alla ricostruzione data nelle successive indagini e sentenze, per tentare di giustificare le violenze avvenute durante la perquisizione (ed in parte la perquisizione stessa) alcuni dei responsabili delle forze dell’ordine decisero di portare all’interno della scuola Diaz delle bottiglie molotov, trovate in realtà durante gli scontri della giornata e consegnate al generale Valerio Donnini nel pomeriggio, oltre a degli attrezzi da lavoro trovati in un cantiere vicino, prove che avrebbero dimostrato la presenza nella scuola di appartenenti all’ala violenta dei manifestanti. Arnaldo quella notte venne portato in ospedale con dieci costole rotte, un braccio e una gamba rotte, la testa piena di ematomi e il corpo pieno di lividi. Cestaro ha accusato le autorita’ italiane di aver violato l’articolo 3 della convenzione europea dei diritti umani che proibisce la tortura e ogni trattamento degradante e umiliante, e l’articolo 13 perché è mancata un’inchiesta efficace per determinare la verità. Il 7 aprile 2015 la Corte di Strasburgo accoglie il ricorso e sancisce che «deve essere qualificato come tortura» quanto compiuto dalle forze dell’ ordine italiane nell’irruzione alla Diaz il 21 luglio 2001, non solo per quanto fatto ad uno dei manifestanti, ma anche perché non ha una legislazione adeguata a punireil reato di tortura. «Tenuto conto della gravità dei fatti avvenuti alla Diaz la risposta delle autorità italiane è stata inadeguata. La polizia italiana ha potuto impunemente rifiutare alle autorità competenti la necessaria collaborazione per identificare gli agenti che potevano essere implicati negli atti di tortura».

WILLIAM NOCERA

noceraArriva una chiamata da un numero sconosciuto sul cellulare di mamma Rosetta. E’ di suo figlio William che con voce agitata e spaventata dice: “Mamma mamma corri, vieni qui subito, i carabinieri mi stanno arrestando. Ha la pistola, e se parte un colpo?”. Sono le ore 17 del 1 gennaio 2014. William si trova a casa della madre agli arresti domiciliari per una precedente condanna. Come tutti i giorni una pattuglia passa a verificare l’obbligo. Ma questa volta non si limitano a farlo affacciare come sempre,ma uno degli agenti chiede di salire in casa. William avverte il carabiniere che in casa ci sono i suoi due cani e una ragazza.Il militare entra ma alla vista della ragazza si agita ed estrae la pistola di ordinanza intimando a Willy di non muoversi per essere ammanetato. I cani si agitano. L’agente esce dall’appartamento di Willy ed entra in casa del vicino pistola in pugno per affacciarsi alla finestra e chiamare il collega rimasto nella macchina. Willy spavenato si barrica in casa e chiama la madre. Verrà arrestato poco dopo. La madre arriva pochi minuti dopo la chiamata e trova il figlio ammanettato e la ragazza presente in casa visibilmente spaventata e sotto shock. Il ragazzo è in stato di fermo perchè il carabiniere afferma che una volta entrato nell’appartamento avrebbe sentito odore di marijuana e avrebbe trovato un grinder su un comodino. Sarebbe stato inoltre di essere azzannato dal rottweiler di Willy.
Il maresciallo arrivato sul posto ordina a tutti di andare in caserma dove viene ordinata la perquisizione dell’appartamento. Non verrà trovata traccia di marijuana o droga alcuna e il grinder si rivelerà essere un normale posacenere. Il carabiniere si farà refertare per il presunto morso subito ma uscirà dal pronto soccorso con un referto per una semplice abrasione. Willy viene quindi rimandato a casa ma il 3 gennaio viene arrestato e portato in carcere con l’accuse di oltraggio, lesione e aggressione a pubblico ufficiale. Sia il tribunale che lo condannerà a 1anno e 9 mesi per questi capi d’imputazione, sia tutti i tribunali per riesame chiesti dai legali di Willy, non ascolteranno mai la testimone oculare, ovvero la ragazza presente in casa al momento dell’arresto e non verrà mai ascoltato nemmeno il vicino che si è visto piombare in casa il carabiniere con la pistola e ha sentito le urla provenire dall’appartamento sopra. William si trova in carcere e sconterà tutta la pena senza attenuanti.

TOMMASO E NICOLO’ DE MICHIEL

10675533_799857276742215_5625725524019364463_nVenezia, notte del 2 aprile 2009, è da poco passata l’una. Tommaso e Nicolò stanno tornando a casa, sono a poche centinaia di metri dall’abitazione di famiglia, litigano animatamente. In quel momento passa un motoscafo della polizia per un normale controllo, il faro accesso illumina i due fratelli, la volante accosta vicino ad un’altra barca e scendono 4 agenti. Iniziano i controlli, Tommaso non ha documenti, il ragazzo fornisce le sue generalità, il fratello le conferma, precisano anche di essere figli di un loro collega. Il capo pattuglia se ne sta un po’ lontano, è il più tranquillo, gli altri tre agenti circondano invece Tommaso, piccole spinte, sempre più vicini, lo pressano. Volano male parole, reciproche. Trascorre una ventina di minuti e alla fine il ragazzo viene caricato sulla barca per essere portato in questura. Tommaso nel salire sulla barca scivola, barcolla. Gli agenti diranno poi che voleva scappare, prendere il mitra che hanno lasciato incustodito sul mezzo e fuggire con il motoscafo. Quindi viene subito ammanettato e buttato a terra. Qui prende la prima serie di calci e pugni. Una signora vede tutto dalla finestra e spiega nella memoria difensiva raccolta dall’avvocato: “Sembrava un normale controllo, i due ragazzi erano tranquilli, poi uno dei due l’hanno scaraventato sulla barca e gli hanno messo le manette. – Che cosa fate, ho urlato, non ha fatto niente! ho urlato –Non si preoccupi, prego, prego – mi hanno risposto in modo burbero. Poi il motoscafo se né andato a tutta velocità”. In questura Nicolò, il fratello maggiore, quello calmo e ragionevole, viene bloccato, seduto a terra, braccio legato alla sbarra. Tommaso invece, che è molto agitato, braccia ammanettate in avanti, è libero di muoversi. Attorno a lui c’è una decina di agenti. Un uomo in divisa gli sferra un potente calcio ai testicoli, il ragazzo cade a terra e grida:”Maledetti, me la pagherete!”. Un secondo agente allora lo calpesta con gli anfibi e così lo apostrofa: “Taci, zecca comunista , ora hai smesso di rompere i coglioni.” ” Siete dei fascisti” risponde Tommaso. Nicolò vede tutto da una stanza vicina e urla: ” Ma cosa abbiamo fatto? Fateci parlare con qualcuno”-
La reazione del ragazzo non è gradita e in tutta risposta anche per lui ci sono calci agli stinchi e viene chiuso dentro alla stanza, perché non possa più vedere nulla. Ma Nicolò sente, urla forti, poi rantoli, poi nulla. Cerca di togliersi le manette e prendere il cellulare. Riesce a chiamare i genitori che in poco tempo arrivano alla questura dato che abitano a poche centinaia di metri. Il padre, poliziotto anche lui, entra mostrando il tesserino. La madre che nel frattempo aveva preventivamente chiamato il 118 lo segue e in un angolo del chiostro della questura, vedono il figlio minore disteso a terra, una decina di poliziotti attorno. Ha il giubbotto e in un primo momento non notano le manette, ma vedono che il volto è una maschera di sangue. “Ma lo avete picchiato voi? Lo volete picchiare ancora?” chiede la madre agli agenti. Come uniche risposte avrà silenzi e sorrisi di scherno. Nel frattempo l’ambulanza di terra non è ancora arrivata e la mamma effettua una seconda chiamata. Passano ancora alcuni minuti e finalmente il 118 parcheggia sotto la questura, gli infermieri scendono, ma non per prendersi cura dei due ragazzi, intrattengono un lungo colloquio con alcuni agenti. La spiegazione ufficiale è questa : “C’è un problema burocratico, non è stata avvisata l’ambulanza di competenza, la titolarità dell’intervento è di Mestre”. Ed è così che infine arriva l’idro-ambulanza. Si va all’ospedale? E’ ancora presto, c’è ancora un delicato ostacolo da risolvere. Dice testuale il capo-pattuglia: ” In casi come questi, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, ingiurie, li avremmo portati direttamente in carcere. Ma visto che sono figli di un nostro collega ci limitiamo ad una sanzione amministrativa”. La notifica che i due fratelli dovrebbero firmare specifica che “sono stati trovati in stato di evidente ubriachezza come risulta dall’alito e dalle frasi sconnesse”. Nicolò non ci sta, lui tra l’altro non aveva nemmeno bevuto, e poi daltronde erano a piedi, in strada, non urlavano, erano quasi sotto casa.
I referti dell’ospedale di Venezia accertano questo:Tommaso De Michiel, 25 anni, una costola rotta e una incrinata, ematoma ai testicoli, trauma facciale, emorragia ad un occhio, labbra tumefatte, lesioni ai polsi provocate da trascinamento. I genitori chiedono espressamente di sottoporre Tommaso ad un esame tossicologico: negativo il test antidroga, tasso alcolemico 1 grammo per litro. Viene dimesso il giorno dopo con 40 giorni totali di prognosi.

DAVIDE BIFOLCO (5 SETTEMBRE 2014)

davide bifolcoLa triste storia di Davide si svolge nel quartiere Traiano a Napoli nella notte tra il 4 e il 5 settembre. Sono le 2.30 di quella notte e Davide è fuori in motorino con due suoi amici. Il motorino incrocia una gazzella dei carabinieri. Gli agenti avrebbero riconosciuto in uno dei tre ragazzi un latitante. Intimano l’alt ma il motorino non si sarebbe fermato e comincia quindi un inseguimento. Ad un certo punto il motorino cade e i tre ragazzi si ritrovano sull’asfalto, uno dei carabinieri scende dalla macchina pistola alla mano. Accidentalmente parte un colpo che raggiunge Davide in pieno cuore. Davide viene caricato sull’ambulanza ma sfortunatamente giunge morto all’ospedale. Questa almeno è la versione di carabinieri e organi di stampa. Le cose sarebbero andate ben diversamente e già nei giorni successivi al fatto la versione dell’agente viene smontata pezzo per pezzo. A quanto raccontano i testimoni quella notte non ci sarebbe stato nessun posto di blocco e uno dei carabinieri, proprio quello che ha sparato, aveva finito il turno a mezzanotte. La domanda è cosa ci facesse due ore e mezzo dopo ancora sulla gazzella e con un colpo in canna. Sul motorino non ci sarebbe stato nessun latitante. Equabile in un intervista pubblica nega che quella notte si trovava al bordo del mezzo. Il motorino sarebbe stato speronato dalla gazzella e i ragazzi avrebbero fatto un volo di alcune decine di metri. A quel punto due scappano impauriti mentre Davide mentre stava per rialzarsi viene raggiunto al cuore da un colpo di arma da fuoco. Davide muore sul colpo. La madre accorsa pochi istanti dopo afferma che per suo figlio ormai non c’era più niente da fare. I lati oscuri di questa storia sono tanti: la scena del delitto viene inquinata da subito in quanto macchine e motorino vengono spostati, sul posto arriva un’ambulanza che sta ferma quasi cinquanta minuti. Che qualcosa non quadra è evidente: il referto dice che Davide è morto durante il trasporto, come mai l’ambulanza non parte subito verso l’ospedale se le condizioni del ragazzo erano gravi? Secondo alcuni testimoni Davide viene fatto portare via dallo stesso carabiniere che rivolgendosi a medico e infermieri dice “Alzatelo che sennò mi rovinate”. A difesa del carabiniere si sono subito schierati i mass media facendo una cattiva informazione con lo scopo di giustificare quello sparo. Si continua a parlare di posto di blocco, di colpo accidentale in un quartiere quello traiano dove spaccio e camorra la fanno da padrone.E’ stato detto che Davide aveva 17 anni per farlo sembrare un pò più grande e che il carabiniere aveva 22 anni, con lo scopo di farlo passare come il giovane inesperto che in un contesto come quello avrebbe potuto benissimo compiere un errore. Anche questa cosa è stata subito smentita in quanto l’agente di anni ne ha 32 di cui 11 di servizio alle spalle. Insomma troppi lati oscuri in questa vicenda. L’unica cosa certa è che un ragazzo è morto a soli 16 anni senza un perchè.

VINCENZO SAPIA (24 MAGGIO 2014)

Vincenzo SapiaVincenzo Sapia è un ragazzone di 29 anni e oltre 100 chili con qualche problema di salute. Sono circa le dodici, quando decide di uscire di casa. Assume i suoi farmaci quotidiani e saluta la madre, intenta a cucinare. «Dove vai Vince’? prova la madre a fermarlo – è quasi pronto…». «Vado a prendere un cane – risponde il ragazzo – e torno presto».
Vincenzo si incammina verso l’ufficio postale del paese che dista poche centinaia di metri. C’è un palazzo di tre piani. Lì, Vincenzo è convinto di trovare un cagnolino. Entra nel portone, sale un piano e comincia a bussare con vemenza ad una porta. La padrona di casa non apre, i vicini hanno paura e telefonano ai carabinieri. Vincenzo riscende. Attende nello spiazzo antistante l’ufficio postale e, intanto, arrivano le forze dell’ordine. Il maresciallo si è insediato da poco tempo e non sa ancora chi è Vincenzo, ma gli altri carabinieri lo conoscono bene. Inizia un dialogo tra i militari e Vincenzo, molto probabilmente per l’insistenza da parte dei carabinieri nella richiesta dei documenti, si innervosisce. Diversi testimoni raccontato che Vincenzo si denuda, rimanendo in mutande. I carabinieri allora decidono di intervenire per bloccare il ragazzo e in tre si adoperarono per immobilizzarlo. Poi, un vuoto nella ricostruzione, ma un esito certo, un finale tragico: Vincenzo giace a terra morto. Sopraggiungono amici e parenti, tutti a chiedersi cosa sia successo, come sia morto il ragazzo. La madre chiede che il corpo, ormai senza vita, venga coperto con un lenzuolo. Tutti attendono risposte che, però, non arrivano. L’area viene transennata, si parla di un infarto, ma sono in molti a non accettare questa spiegazione. Arriva l’ambulanza e la polizia scientifica per i rilievi fotografici, mentre i carabinieri si allontanano e gli animi cominciano ad esasperarsi. Sono attimi concitati: il padre alza la voce, gli amici chiedono giustizia. Il corpo di Vincenzo rimane più di tre ore sull’asfalto rovente prima di essere caricato su un’ambulanza in direzione dell’obitorio. La procura di Castrovillari, decide di indagare i tre carabinieri intervenuti per omicidio colposo: un atto dovuto. L’indagine è complicata, anche per il silenzio piombato intorno alla vicenda. Indiscrezioni giornalistiche, qualche mese più tardi, parlano dell’assenza di segni di violenza. Un semplice infarto e il caso, almeno per l’opinione pubblica, è chiuso. Ma ci sono troppe domande senza una risposta. La famiglia attende di sapere come è possibile che un ragazzo che non aveva mai avuto alcun problema cardiaco sia potuto morire d’infarto all’improvviso, quali siano stati i metodi di contenimento delle forze dell’ordine, perché nessuno dei testimoni abbia mai voluto parlare con i giornalisti, cosa abbiano ripreso le telecamere di sicurezza del vicino ufficio postale.

 

RICCARDO MAGHERINI (3 MARZO 2014)

magheriniRiccardo Magherini era un giovane uomo di quarant’anni che amava la vita e amava sorridere. Marito di Rozangela e padre di Brando, un bambino di due anni.
Piccolo imprenditore fiorentino, ed ex giocatore della Fiorentina, abitava nel popolare quartiere di San Frediano a Firenze. Una persona perbene, totalmente integrata nel tessuto sociale della città e del quartiere. Una persona attiva, solare, generosa, che svolgeva le sue attività anche viaggiando e con contatti di amicizia in tutto il mondo.
Riccardo amava ed era amato da tutti.
La notte tra il 2 e il 3 marzo Riccardo è fuori per una cena di lavoro. Dopo cena, nel tragitto verso casa succede qualcosa che lo spaventa, scende dal taxi visibilmente agitato e lascia sull’auto tutti suoi effetti personali: è in preda ad un attacco di panico. Arriva nel suo quartiere – Borgo San Frediano – cercando e gridando AIUTO. Molte persone chiamano allora i carabinieri per segnalare quella che non è altro che la semplice ed accorata richiesta di soccorso di una persona in difficoltà. Una volta giunti sul posto, i carabinieri immobilizzano Riccardo e lo ammanettano tenendolo a terra in posizione prona. Il tutto avviene per strada, davanti a molti testimoni che raccontano di calci sferrati a Riccardo mentre era immobilizzato a terra. Alcune persone si affacciano alla finestra e assistono alla scena filmando il tutto. Si sente Riccardo che grida “aiuto”, “mi sparano”, “aiuto aiuto sto morendo” qualcuno grida “no i calci no!”. In seguito, nella ricostruzione dei concitati momenti dell’intervento, le lacune non tardano ad evidenziarsi: all’1,21 uno dei militari chiama la centrale operativa spiegando che sono intervenuti su una persona “completamente di fuori, a petto nudo, che urla”. All’1,24, il 118 invia una ambulanza. Parte un mezzo dalla vicina sede della Croce Rossa, con tre volontari a bordo. All’1,31 , la centrale operativa dei carabinieri chiama di nuovo il 118 perché si sente la sirena ma l’ambulanza non è ancora arrivata e l’arrestato “fa ancora come un matto”. All’1,32, il 118 contatta la sede della Croce Rossa e un minuto più tardi, uno dei volontari chiama il 118, annuncia di essere sul posto e spiega che l’uomo “ha reagito in maniera violenta, gli sono addosso in due per tenerlo fermo e vogliono il medico” e che il medico è necessario per sedare l’arrestato. Si saprà poi che all’arrivo di quella prima ambulanza, Riccardo che giace a terra, è oramai immobile e silenzioso . Condizione, la sua, di cui il volontario non fa cenno, anzi, omette di specificarla alla centrale del 118, che all’1,35 contatta l’automedica . La situazione , invece, si profila immediatamente difficile e viene trascurata fino al tragico epilogo, tanto che l’ operatrice scherza, non avendo il minimo sentore del dramma incombente: “Ci vogliono due uomini forti, c’è uno che ha tirato le manette a un carabiniere, freddo non gli prende perché c’ha due carabinieri sopra”. Da questa frase, è evidente piuttosto, che almeno due carabinieri continuano a stare sul corpo di Riccardo anche dopo che quest’ultimo ha smesso di urlare e divincolarsi: Riccardo è già morto. E i necessari primi soccorsi di fatto vengono impediti. La famiglia , ha deciso di sporgere denuncia verso i 4 carabinieri per omicidio preterintenzionale e verso gli operatori del 118 per omicidio colposo. I testimoni infatti hanno affermato che per immobilizzare Riccardo i 4 agenti abbiano usato – come si legge nella denuncia sporta dal fratello e dal padre – “un uso della forza non previsto e contemplato nelle tecniche di immobilizzazione delle forze dell’ordine, fra cui: presa e stretta del collo con le mani; calci quantomeno ai fianchi-addome anche nel momento in cui era già steso prono a terra; prolungata pressione di più agenti sul suo corpo, compreso il tronco, in posizione prona sull’asfalto”. Inoltre, in attesa dell’ambulanza con il medico, durante l’intervento dei primi sanitari sul posto «non hanno provveduto nemmeno a rimuovere Riccardo da quella posizione (peraltro con l’addome scoperto appoggiato sull’asfalto freddo) né a liberarlo dalle manette, al fine di consentirgli quantomeno una migliore respirazione» i 4 agenti – non trovavano – le chiavi delle manette. E’ importante sottolineare, che nel verbale autoptico redatto dalla procura fiorentina, si esclude che la morte sia stata causata in forma esclusiva da overdose di cocaina come altresì sostenuto dai legali della difesa, dal momento che nel sangue è stato trovato un quantitativo di coca pari a 0,3 mg.
L’autopsia indica che le concause della morte, sono la disfunzione cardiaca dovuta allo stato di agitazione e stress procurati dalla situazione che stava vivendo Riccardo in quel momento e all’ASFISSIA, che di certo non si è procurato da solo. Sul corpo di Riccardo sono stati inoltre rinvenuti, numerosi segni della violenza subita quella notte, dalla “frattura costale e dello sterno con aspetti di vitalità”, alle varie emorragie interne tra cui quella al fegato in corrispondenza dei calci subiti.
Da subito parte un tentativo organizzato di insabbiamento e depistaggio su quanto accaduto. I 4 agenti coinvolti provvedono ad esporre denuncia contro Riccardo stesso, e a farsi refertare i presunti danni subiti in una presunta colluttazione, Riccardo viene denunciato per resistenza a pubblico ufficiale, violenze, furto di un telefonino ( lo aveva preso proprio per chiedere AIUTO). Le persone presenti, che hanno riferito delle percosse e delle vicende che quella notte, hanno condotto alla morte di Riccardo, sono state intimidite e minacciate. Addirittura, si annuncia un processo per direttissima, in cui si omette di comunicare ai testimoni della morte dell’ ”imputato”. Infine, non tutto il materiale audio fornito dal 118 è stato prodotto dalla procura, tant’è che risulta mancante proprio un colloquio telefonico in cui si rileva come i soccorsi siano stati impediti dagli agenti presenti.
E continua, in un seguito grottesco: non soddisfatti del verbale autoptico firmato da tutti i periti, il tossicologo nominato dalla procura Prof. Mari (anch’egli firmatario del verbale!), chiede di essere affiancato per una consulenza tossicologica dalla Prof.ssa Bertol (SUA MOGLIE!!), al fine di sottolineare e avvalorare la tesi della morte provocata dalla assunzione di sostanze stupefacenti. In definitiva, solo per l’azione decisa e ferma della famiglia Magherini, che da subito ha rivendicato il diritto ad una verità che sembrava negata dalle autorità, affiancata dall’avvocato Fabio Anselmo, e sostenuta dalla mobilitazione, cresciuta in città – e non solo – a seguito dell’emergere di elementi che raccontavano una storia totalmente diversa da quella “ufficiale”, hanno impedito che la morte di Riccardo finisse nel troppo lungo elenco di quelle dimenticate e negate.

Oltre alla Commissione per i Diritti Umani del Senato, che ha presentato un’interrogazione parlamentare per denunciare i “comportamenti illegali” dei carabinieri intervenuti quella notte, anche Amnesty International ha indirizzato una lettera aperta al Ministero dell’Interno per chiedere chiarezza sulle indagini svolte dalla Procura di Firenze.

Riccardo muore schiacciato sull’asfalto, “Aiuto, ho un figliolo, basta”. Muore quando il primo 118 arriva senza medico a bordo; muore perché la seconda ambulanza giunge dopo quindici minuti e la manovra di rianimazione è oramai inutile

FRANCESCO SMERAGLIUOLO (8 GIUGNO 2013)

smeragliuoloFrancesco Smeragliuolo, 22 anni, arrestato il 1° maggio 2013 per una rapina. 39 giorni di carcere gli sono costati prima sedici chili e poi la vita stessa. E’ morto nel carcere di Monza sabato 8 giugno e sua madre, Giovanna D’Aiello, vorrebbe vederci chiaro. Per questo si rivolta ad alcune associazioni come Antigone, A buon diritto e Acad. Esclusa l’ipotesi del suicidio. In una lettera recente alla fidanzata Francesco pensava “ai tanti progetti insieme”. L’autopsia, disposta dal magistrato, avrebbe escluso che la morte sia avvenuta per cause violente o per intossicazione da farmaci o droghe. Il responso è stato il solito: “decesso causato da arresto cardiocircolatorio”. Dalla casa circondariale nessuna spiegazione sul decesso, avvenuto nel pomeriggio di sabato 8 giugno. Il giovane si sarebbe sentito male ed è stato attivato il 118 in codice rosso. La direttrice si è limitata a dire: «C’è un’indagine in corso, bisogna attendere l’esito».