Intervento di Acad al Parlamento Europeo

Intervento di Luca Blasi di Acad all’audizione sugli abusi delle forze dell’ordine italiane ospitata quest’oggi dal Parlamento Europeo

Questa audizione di oggi è una tappa importante di un percorso.
Un percorso che ha due direttrici preponderanti, l’una affianco all’altra. Due percorsi che parlano di dolore e di dignità.
Innanzitutto il dolore. Parliamo di cittadini uccisi mentre erano nelle mani dello Stato. Dolore, perché dopo averli uccisi una volta hanno provato ad uccidere anche il loro ricordo, spesso raccontando a mezzo stampa tante bugie per giustificare quelle morti. Dolore, perché in Italia è davvero molto difficile avere giustizia. Dolore, perché volte è difficile anche solo chiedere giustizia.
La dignità la troverete nelle voci di chi è venuto a portarvi queste storie di abusi in divisa. Dentro ognuna di queste storie c’è un pezzo del nostro paese, della violenza che lo attraversa. La dignità di chi ha dovuto fare gesti faticosi e difficili, di chi ha dovuto farsi forza e invece che chiudersi nel proprio dolore. Di chi ha dovuto alzare la testa e gridare la verità, nonostante intorno tanti politici, tanti giornalisti e tanti magistrati non volessero ascoltarla.
La dignità di molte realtà come Acad che giorno dopo giorno sostengono dal basso questa resistenza civile, che lotta per la verità e giustizia ma soprattutto perché non accada mai più.
Oggi siamo venuti a dirvi che l’Italia, paese membro dell’Unione europea, tortura i suoi cittadini nelle carceri e nelle caserme. Che sempre di più si fa un uso dei Trattamenti sanitari obbligatori in maniera criminale. Potrete leggere nel dossier che abbiamo preparato come è potuto accadere che tutta la formazione delle forze dell’ordine sia basata su di un modello fascista: la sopraffazione e il cameratismo sono gli aspetti principali e fondanti dell’essere agenti e militari.
L’Italia non ha mai introdotto nel proprio codice penale il reato di tortura. Nei rari tentativi in cui alcuni esponenti politici hanno avanzato delle proposte di legge abbiamo visto manifestazioni dei principali sindacati di polizia. Alti esponenti sindacali hanno dichiarato: “Se approvate questa norma sulla tortura non possiamo più lavorare”. Sono gli stessi sindacati che accolgono applaudendo gli agenti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi, un giovane ragazzo di Ferrara arrestato senza nessuna colpa, pestato e poi ucciso da una manovra di arresto criminale.
Tutto ciò dopo che l’Italia ha conosciuto la vergogna del G8 di Genova, che Amnesty ha definito come “la più grave sospensione dei diritti umani avvenuta in Europa dal dopoguerra”. Lo stesso teatrino dei sindacati di polizia lo vediamo ogni volta che si parla di numero identificativo sulle divise degli agenti in modo da poter accertare la responsabilità personale.
Non siamo di fronte a un problema che riguarda “qualche mela marcia”. Non si tratta del comportamento sconsiderato di pochi agenti. È un sistema che coinvolge le forze dell’ordine, la magistratura e la politica del nostro paese.
Siamo consapevoli di essere portatori di una verità scomoda, ma vi chiediamo di ascoltarla. Perché pensiamo che sia giunto il momento di lanciare un allarme democratico. Proprio quattro giorni fa, un servizio televisivo di una televisione italiana ha dimostrato, per voce di torturati e torturatori, come nelle carceri del nostro paese si faccia quotidiano uso della tortura, della contenzione e della punizione corporale. Si tratta della abituale e normale gestione dell’ordine carcerario, esistono veri e propri luoghi dove esercitare queste pratiche.
Questa verità sta emergendo anche dalle carte di pochi coraggiosi pubblici ministeri. Coraggiosi, perché processare appartenenti alle forze dell’ordine e istituire i processi che li riguardano in Italia è difficile come e forse di più che processare i mafiosi. Lo spirito di corpo, il cameratismo, l’appoggio politico e la paura di molti magistrati di perdere un rapporto sereno con gli agenti con cui devono collaborare magari per altre indagini producono una copertura delle violenze.
Ma qualcosa sta cambiando, sempre di più la gente sta capendo che la violenza cieca e indiscriminata colpisce tutti, che l’impunità rischia di strappare altre vite e fomentare altra violenza.
Per questo siamo qui. Perché anche in Europa si sappia che l’Italia, paese membro dell’Unione europea, ha un problema democratico serio che va affrontato al più presto, con misure urgenti che mandino un segnale chiaro alle forze dell’ordine: basta violenze, basta impunità, basta coperture.
Dedichiamo questa nostra audizione ad un nostro concittadino: a Giulio Regeni, che amava la verità ed e stato ucciso anche lui da chi pratica omicidi e torture coperto dalla divisa ufficiale o no di uno Stato. A lui e alla sua famiglia va il nostro più profondo abbraccio.

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